Il “mio” Francesco

di Guido Mastrobuono

Questa mattina mi sono alzato e non avevo voglia di andare a lavorare.
Mia moglie Sonia, davanti alla tazza fumante, cercò di farmi sorridere.
Ho stretto i denti e sono uscito di casa.

Passeggiando verso la stazione della metropolitana mi è venuta in mente una discussione tra Francesco e frate Leone.

“E così andando per diversi chilometri quando, con grande ammirazione frate Leone domandò: Padre ti prego per l’amor di Dio, dimmi dov’è la perfetta letizia.
E san Francesco rispose: quando saremo arrivati a Santa Maria degli Angeli e saremo bagnati per la pioggia, infreddoliti per la neve, sporchi per il fango e affamati per il lungo viaggio busseremo alla porta del convento.
E il frate portinaio chiederà: chi siete voi? E noi risponderemo: siamo due dei vostri frati.
E Lui non riconoscendoci, dirà che siamo due impostori, gente che ruba l’elemosina ai poveri, non ci aprirà lasciandoci fuori al freddo della neve, alla pioggia e alla fame mentre si fa notte.
Allora se noi a tanta ingiustizia e crudeltà sopporteremo con pazienza ed umiltà senza parlar male del nostro confratello, anzi penseremo che egli ci conosca ma che il Signore vuole tutto questo per metterci alla prova, allora frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia. E se noi perché afflitti, continueremo a bussare e il frate portinaio adirato uscirà e ci tratterà come dei gaglioffi importuni, vili e ladri, ci spingerà e ci sgriderà dicendoci: andate via, fatevi ospitare da altri perché qui non mangerete né vi faremo dormire.
Se a tutto questo noi sopporteremo con pazienza, allegria e buon umore, allora caro frate Leone scrivi che questa è perfetta letizia.”

Pensando a queste parole, mi sono ricordato dell’importanza di quel sorriso che è un sigillo sul viso degli umili.
Perché gli umili sono uomini enormi capaci di ricordare che Dio non li farebbe mai affrontare da soli ciò che gli mette di fronte.
Infatti noi tutti non siamo altro che strumenti nella Sue mani e nessun artigiano abbandona i suoi strumenti sperando che completino da soli la sua opera.

Come si fa ad essere tristi nelle mani di Dio?

Questo, per me, è Francesco: un uomo capace, con parole gentili e colme di sentimento,  di  rispondere a quesiti complessi con la sua semplicità assoluta.

Francesco fa sentire come quando da bambini si ascoltavano i nonni, e le loro risposte erano roccia solida su cui fondare le nostre convinzioni.

E, soprattutto, Francesco è una fonte continua di paradossi liberanti.

Si presenta davanti a noi vestito di sacco, ci appare bellissimo, e, per un istante, non siamo più schiavi dell’apparenza che ci costringe a buttare montagne di energie nel tentativo di curare un millimetro di “buccia” mentre dovremmo dedicarci alla “polpa” della nostra vita.

Ci presenta l’umiltà, ci appare possente, e noi scopriamo che essendo umili si possono fare molte più cose di quelle fattibili essendo superbi.

Ci presenta la povertà, ci appare sereno, e noi si scopre che, da poveri, noi si dispone dell’intero mondo mentre, da ricchi, si era posseduti da quegli oggetti che credevamo di possedere.

E quando si attribuiscono a lui queste illuminanti scoperte, lui ci dice che erano tutte lì, scritte nel Vangelo  e che noi non ce ne eravamo accorti perché, ragionando e dissertando, ci eravamo dimenticati di leggere, alla lettera, quello che Gesù ci ha detto.
Ed io mi sento uno sciocco ed, in quel momento, sono uno sciocco felice perché teneramente adagiato nelle mani del Padre.

E, mentre sto così, vedo Francesco che non dice nulla.

Semplicemente mi guarda con gioia e mi sorride.

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