Giubileo, indulgenza, conversione e prese di responsabilità – Lettera di Don Fabio ai parrocchiani

Carissimi parrocchiani, perdonatemi se vi scrivo a così breve distanza dal Natale, non voglio davvero diventare invadente, ma è chiaro che il tempo giubilare deve costituire un’occasione davvero speciale per tutti noi. Sappiamo che questo sarà un anno di misericordia, ma allora dobbiamo chiederci: come ricevere questa Misericordia? Come goderne e farla nostra?

La tradizione della Chiesa ci presenta come forma tipica del Giubileo quella della indulgenza, questa pratica della Chiesa gode però di pessima fama, in parte dovuta alla polemica luterana ed in parte alla cattiva presentazione che ne hanno fatto numerosi storici, appena sentiamo parlare di Indulgenza la nostra mente va allo scandalo della vendita delle Indulgenze e così non approfondiamo questo dono di Dio che in se stesso è una possibilità straordinaria che ci è offerta, indipendentemente dal triste commercio che ne hanno fatto alcuni ecclesiastici. Accade perciò che non pochi pensino che il motivo per cui il Santo padre ha indetto un Giubileo è per “fare soldi”.

Tanto quanto è tempo di Misericordia, il Giubileo è tempo di indulgenza, ma cosa è questa indulgenza? Per comprendere la realtà di questo dono dobbiamo fare un po’ di storia, dobbiamo cioè ritornare fino agli inizi della storia della Chiesa per vedere in quali forme nei secoli la Chiesa ha ricevuto da Dio il perdono e lo ha amministrato.

La remissione dei peccati nella storia della Chiesa

5292034450_b8af85f9dc_b

In effetti, mentre la prassi liturgica di altri sacramenti nel tempo è rimasta molto costante, così che ad esempio noi possiamo dire che non c’è sostanziale differenza tra l’Eucaristia come la celebriamo noi e quella che celebravano gli apostoli, non è accaduta la stessa cosa per la penitenza o confessione, e la prassi penitenziale nella storia della Chiesa ha conosciuto una evoluzione radicale. All’inizio della sua storia la Chiesa conosceva come unica forma di remissione dei peccati il Battesimo, si sa infatti che il Battesimo produce la remissione totale di tutti i peccati e ricevendolo da adulti esso chiede ai catecumeni un tale cambiamento di vita che la Chiesa lo riteneva più che sufficiente. Quasi subito però si presentò ai primi cristiani un problema logico non indifferente: cosa accade a coloro che peccano dopo aver ricevuto il Battesimo? Nella maggior parte dei casi ci si affidava alla misericordia di Dio, con l’eccezione di tre peccati: omicidio, adulterio e idolatria, considerati irredimibili, che rompevano la comunione ecclesiale e ponevano fuori dalla Chiesa.

L’espulsione dalla Chiesa era una pena gravissima: immaginate che per diventare cristiano un uomo doveva aver rotto con tutte le sue amicizie precedenti, con ogni legame che lo univa al mondo pagano. Trovandosi poi espulso anche dalla Chiesa si trovava in una sorta di terra di nessuno spirituale, senza più amicizie, senza più legami di comunione con nessuno, era una vera morte civile, in attesa della morte eterna. Quasi subito alcune Chiese particolari, specialmente quelle dell’Asia Minore, adottarono una prassi più mite, che consentiva di rientrare nella comunità ecclesiale attraverso alcune pratiche di penitenza, e questa andò via via imponendosi, nonostante le molte polemiche. Due gruppi in particolare, i cosiddetti Montanisti e i Novaziani, si opponevano a questa maggiore indulgenza, considerandola lassismo. Alla fine, verso il quarto secolo D.C. la Chiesa Cattolica adottò in forma piena la prassi della penitenza per la remissione dei peccati commessi dopo il Battesimo.

La confessione dei peccati avveniva pubblicamente, durante il triduo pasquale e il vescovo comminava la pena penitenziale, che spesso era durissima, a volte poteva durare anche vent’anni od avere termine solo in punto di morte con il viaticum. È vero però che fin dall’inizio il vescovo aveva anche facoltà di concedere, diciamo così, degli “sconti di pena” alleviando la durezza di queste penitenze. Si presentò allora una domanda allo Spirito cristiano: la penitenza è il semplice segno esteriore della contrizione del cuore, in sé sufficiente per il perdono, oppure è una pena giuridicamente necessaria per la remissione del peccato commesso? Chiaramente infatti nel primo caso la Chiesa aveva piena facoltà di abbreviare la durata della penitenza, non appena avesse avuto prove certe che la conversione fosse stata raggiunta, ma nel secondo caso se la penitenza fosse stata abbreviata, come si sarebbe potuta ristabilire la comunione con Dio?

Non c’è un’opinione comune in questo periodo tra i Padri della Chiesa, così ad esempio S. Giovanni Crisostomo in una sua celebre omelia dice: “Io non chiedo una lunga penitenza, quanto l’emendazione dell’anima; mostra la tua contrizione e tutto è fatto.”(Hom. in 2Cor.) oppure Rufino di Aquileia nel 345 D.C. scrive: “Se si muta in noi l’animo perverso, nel quale risiede l’origine del vizio, la cattiva intenzione, perché non possiamo noi ritornare innocenti, pur essendo stati un tempo delinquenti?” (Comm. al Credo, 40). Di parere completamente diverso sono invece S. Basilio, S. Cipriano. e S. Clemente che, ad esempio, osserva: “la necessità della penitenza è tale che se non viene commessa in questa vita essa deve necessariamente essere compiuta nell’altra”, ovvero nel Purgatorio.

Certamente la prassi della confessione pubblica dei peccati comportava già in sé un notevole grado di pentimento, perché tutti potevano testimoniare dell’effettiva conversione  del peccatore, ed esso è stato mantenuto fino all’VIII sec. circa. È stato un monaco irlandese, S. Colombano, che ha “inventato” la prassi della confessione privata, che si è poi imposta come forma ordinaria della confessione, tanto che oggi la confessione pubblica è addirittura vietata per rispetto della dignità delle persone e della loro “privacy”. Furono istituiti perciò dei “tariffari” di penitenze, spesso durissime, per aiutare i sacerdoti incaricati di ricevere le confessioni private a giudicare quale fosse la penitenza adeguata per ogni singolo peccato. L’uso di questi manuali però non fece che accentuare l’aspetto giuridico e di “quasi tribunale” della confessione, nonché l’idea che la penitenza fosse la pena per il peccato commesso. È in questo contesto, attorno al XI sec. che nasce la prassi delle indulgenze, era infatti facoltà del vescovo, qualora vedesse segni concreti di conversione, togliere o commutare parte della penitenza assegnata nella confessione, così da renderla meno gravosa. Così nel giro di due o tre secoli, verso il XVI sec. i tariffari caddero in disuso e progressivamente la prassi della Chiesa rese sempre più mite la penitenza, fino ad arrivare a S. Alfonso M. de Liguori che nel XVIII sec. raccomandava ai confessori di usare la massima indulgenza e di essere più medici che giudici. In qualche modo è S. Alfonso ad inaugurare la prassi penitenziale attuale, in cui il sacerdote domanda una penitenza che corrisponde ad un’opera più spirituale che corporale, come potrebbe essere la recita di alcune preghiere, la lettura di qualche brano della Bibbia o un’opera di carità.

Non basta la Confessione sacramentale
per ottenere il perdono di Dio?

6347872945_f17ffc9d05_b

Questo excursus storico sullo sviluppo del sacramento della Confessione era necessario perché per comprendere la realtà delle Indulgenze dobbiamo rispondere ad una domanda fondamentale: non basta la Confessione sacramentale per ottenere il perdono di Dio? Forse al Suo perdono manca qualcosa? Forse il perdono di Dio non è in sé sufficiente ad ottenerci la salvezza? O dobbiamo pensare a Dio come ad un magistrato, più che come a un Padre, che ci dica: “caro ragazzo, io ti perdono di tutto cuore, ma intanto la punizione devi scontarla lo stesso”? E che perdono sarebbe quello che non rimette la pena per la colpa commessa?

Abbiamo visto invece che nel corso della sua storia la Chiesa ha via via sempre meglio compreso che la penitenza non è la pena del peccato, ma il segno concreto di una avvenuta conversione del cuore. Certamente anche oggi noi pensiamo, come S. Clemente, che la penitenza è un elemento necessario della confessione, ma non in quanto pena per l’espiazione del peccato commesso, giacché il sacrificio di Cristo ha di fatto già compiuto ogni espiazione, ma in quanto segno di una autentica conversione del cuore, cioè di una totale rottura con il male.

Ora la domanda più radicale che resta è: perché abbiamo bisogno di una penitenza per la remissione dei peccati? Non è questa l’immagine biblica di Dio, non è il Padre Misericordioso di Lc 15, che accoglie il figliol prodigo tornato a casa senza chiedergli quella espiazione supplementare che lui in cuor suo si riproponeva, anzi, il Vangelo nota che subito “cominciarono a far festa” (Lc. 15, 24). Allora perché devo fare penitenza per ottenere il perdono? Per capire questo, e quindi per capire l’indulgenza, è necessario comprendere cosa fa il peccato dentro di noi, quali sono le sue conseguenze.

Il peccato, ogni peccato, oltre alla rottura della comunione con Dio produce in noi un malsano attaccamento alle cose, un “falso amore” per le cose del mondo che finisce con il creare in noi una vera schiavitù, oggi diremmo una dipendenza, dal male, un legame che è difficilissimo spezzare e che ci rende sempre più inclini al peccato. Immaginate ad esempio un uomo afflitto dal vizio del gioco. Quest’uomo per quanto sinceramente pentito sentirà sempre in sé una fortissima tentazione per ritornare al vizio, come se ci fosse qualcosa in lui che lo costringe, come se il peccato fosse una specie di droga. Per questo Gesù dice che non può essere suo discepolo “chi non odia suo padre, sua madre, la moglie i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita” (Lc. 14,26), per questo S. Agostino ricorda che non può esserci una vera conversione a Dio se non c’è una avversione al mondo.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ci avverte che “ogni peccato, anche veniale, provoca un malsano attaccamento alle creature che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale del peccato”, espiata la quale viene a cancellarsi ciò che osta alla piena comunione con Dio e con i fratelli. Supponiamo che un uomo che ha un’amante venga a confessarsi, e sia sinceramente pentito, prometterà di non ritornare più con questa donna e il sacerdote in conseguenza di questa promessa gli concederà l’assoluzione. Quest’uomo ha già ottenuto il perdono di Dio, ma deve ancora di fatto separarsi da quella donna, e se non lo farà effettivamente, mancando di compiere le sue promesse, il perdono per lui sarà inutile. La penitenza perciò è necessaria proprio per rompere questo legame con il peccato, è il segno di quel profondo rinnovamento dell’anima che domanda a Dio la forza di non peccare più, è la prova della conversione e al tempo stesso il sostegno della imperfezione della contrizione del nostro cuore, se infatti per ipotesi avessimo un pieno e perfetto pentimento non avremmo bisogno di alcuna penitenza, ma si sa che a causa del peccato originale che vive in noi raramente siamo capaci di una contrizione perfetta, non sperimentiamo forse ogni giorno come il nostro pentimento è fragile e imperfetto e che ritorniamo fatalmente a rotolarci in quei peccati da cui credevamo di esserci separati totalmente?

Per questa ragione abbiamo bisogno del Purgatorio, che è quella purificazione richiesta dalla imperfezione del nostro pentimento, dalla difficoltà che abbiamo a rompere totalmente con il peccato. Per questo motivo ugualmente la penitenza che facciamo in questa vita rende più lieve la purificazione che dovremo attraversare in Purgatorio, allentando il legame che ci unisce al male. Quindi più penitenza faccio in questa vita, meno Purgatorio dovrò passare dopo la morte.

Detto ciò, torniamo all’indulgenza…

4976211433_299787c6d9_b

A questo punto siamo in grado di comprendere meglio che cos’è l’indulgenza e quali effetti produce nell’anima. L’Indulgenza è un atto straordinario della Chiesa che in virtù dell’autorità ricevuta da Cristo rompe il nostro legame con il peccato e supplendo all’imperfezione del mio pentimento fa quello che io da solo non posso fare, appunto per un puro atto di Grazia, e ristabilisce pienamente la comunione con Dio, rendendo così inutile per me il purgatorio per i peccati commessi fino a quel momento. La Chiesa può compiere questo atto per me in virtù del mistero della comunione esistenziale che lega tutti gli uomini, come il peccato di uno porta delle conseguenze che ricadono su molti attorno a lui, così la santità di uno si diffonde attorno a lui, finendo quasi per contagiare le persone a lui vicine. È in virtù di questa comunione esistenziale del resto che noi siamo stati salvati da Cristo e possiamo rivendicare come nostra la santificazione che ha portato nel mondo. È in virtù della santità della Chiesa, intesa come corpo di Cristo, che io, peccatore, posso ricevere l’Indulgenza, cioè essere purificato indipendentemente dai meriti della mia penitenza. Quindi l’indulgenza agisce non a livello del perdono, che è già dato pienamente nella confessione, ma a livello delle conseguenze del peccato nell’anima, che vengono eliminate dalla Grazia di Dio esattamente come succederebbe con una contrizione perfetta.

Questa dottrina dell’Indulgenza non è stata inventata da Bonifacio VIII, come abbiamo visto già nell’XI sec. era così denominato l’atto del vescovo che cancellava o riduceva una penitenza troppo gravosa. Quando nel 1300 papa Bonifacio istituì il primo Giubileo in effetti egli non fece altro che dichiarare che i “romei”, cioè i pellegrini che giungevano a Roma, in quella circostanza godevano di una pienissima indulgenza, ovvero che la Chiesa considerava il gesto del pellegrinaggio a Roma segno di una conversione tale da cancellare dall’anima ogni conseguenza del peccato, ma come abbiamo visto precedentemente questo non era in effetti altro che una estensione di un principio generale già ben conosciuto fin dal secondo secolo cristiano, con solide radici bibliche e pienamente in potere del papa. La Chiesa del resto ha sempre saputo che talune opere potevano eliminare la conseguenza interiore del peccato, così ad esempio già S. Pietro nella sua lettera scrive che la Carità “copre una moltitudine di peccati” (1Pt. 4,8). Poi come abbiamo visto questo principio generale nella storia della Chiesa ha trovato forme sempre più precise di attuazione.

Accanto alle forme straordinarie di indulgenza, legate ad esempio ad eventi particolari, come un Giubileo o il ben noto “perdono di Assisi” la Chiesa ha sempre saputo che esistevano anche forme ordinarie di indulgenza, legate alle opere di misericordia, sia corporale che spirituale, così ad esempio la lettura frequente della Parola di Dio, la pratica degli Esercizi Spirituali o la testimonianza pubblica della fede, il servizio dei poveri o perfino la paziente sopportazione delle avversità quotidiane sono tutte opere che se fatte con il dovuto spirito di penitenza procurano gli effetti dell’indulgenza.

Assunzioni di responsabilità

5483992322_76bb103f68_b

Quanto detto finora ci aiuta a prendere coscienza di un tema serissimo della nostra vita, ovvero con sano realismo ad assumerci la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni. È raro ai nostri giorni vedere uomini e donne che abbiano il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, anzi, sembra quasi che tutto intorno a noi funzioni come un gigantesco apparato di delega che diluisce talmente la responsabilità che essa finisce con il diventare così impersonale che nessuno ne risponde. In questo modo possiamo sempre dire: non è colpa mia, è l’ufficio, è la società, è il mio inconscio… la prassi dell’Indulgenza ci chiama ad assumerci le nostre responsabilità in prima persona: io ho peccato, non un altro, ed è colpa mia ciò che accade. Ma se avremo il coraggio di fare questo, sperimenteremo anche la gioia del perdono, quel sollievo della coscienza che la semplice deresponsabilizzazione non può dare, e che è forse la più grande gioia che un uomo possa sperimentare nella sua vita. Per questo il Giubileo è innanzitutto un anno di gioia.

Sì, la storia non è fatta solo di intenzioni e ogni nostro gesto crea una realtà corrispondente; accanto al perdono di Dio che riceviamo nella confessione deve esserci il nostro impegno a creare una contro-realtà di bene per eliminare gli effetti del male che abbiamo commesso, dentro di noi e nel mondo intorno a noi. Questo è il nostro concreto impegno di conversione, significato dalle opere che ci procurano l’indulgenza. Non basta dopo un peccato dire “ma io non volevo!” come se fossimo bambini incoscienti, al contrario, la coraggiosa assunzione delle nostre responsabilità ci domanda una riparazione del male commesso, la creazione di una nuova realtà che sostituisca quella del peccato.

Veri frutti di conversione

5250502739_4c08c5276f_b

Da quanto abbiamo detto fin qui appare chiaro che per acquisire l’Indulgenza dobbiamo portare veri frutti di conversione, la Chiesa ne suggerisce diversi in questo tempo giubilare, caratteristici di questo momento, vediamoli uno per uno, ricordando però che ad essi deve essere sempre accompagnata la confessione sacramentale, che ci comunica il perdono, la partecipazione all’Eucaristia, che rende visibile il nostro legame alla Chiesa ed un’opera di carità, segno di una effettiva conversione.

  • Il passaggio della Porta Santa
    Il valore simbolico di questo gesto è evidente: Cristo è la Porta, per Lui abbiamo accesso a Dio, per lui “entriamo e usciamo e troviamo pascolo” (Gv. 10,9). Entrare attraverso la Porta Santa significa perciò entrare in Cristo, è questa una porta nella quale si entra, ma dalla quale non si esce più, solo chi ha davvero riconosciuto che solo attraverso Gesù abbiamo accesso a Dio e lo riconosce quindi Signore della sua vita. Non è perciò un gesto che possa farsi in modo superstizioso, non produce i suoi effetti per una qualche proprietà magica della porta, ma unicamente per la conversione che essa significa.
  • Il pellegrinaggio ad un santuario
    Il pellegrinaggio indica sempre un “uscire”, un lasciare le comodità della propria vita e della propria casa per rimettersi in discussione. Non c’è pellegrinaggio senza questa disposizione del cuore alla conversione, altrimenti dovremmo dire che stiamo facendo solo del turismo.
  • La memoria dei martiri
    La memoria dei martiri, generalmente compiuta attraverso la visita alle catacombe, ci ricorda che il martirio deve essere la disposizione fondamentale della nostra fede, occorre sempre ricordare come dice Gesù che solo chi perde la propria vita la guadagna. Non si può fare memoria dei martiri senza porsi in questo atteggiamento esistenziale profondo, di disponibilità a dare la propria vita per Cristo.

Rispondi