Il fico sterile

Preghiera iniziale

O Santo Spirito Paraclito, perfeziona in noi, l’opera iniziata da Gesù; rendi forte e continua la preghiera che facciamo in nome del mondo intero; accelera per ciascuno di noi i tempi di una profonda conversione di vita; dà slancio al nostro apostolato, che vuol raggiungere tutti gli uomini e nostri fratelli redenti dal Sangue di Cristo e tutti Sua eredità. Mortifica in noi la naturale presunzione e rendici umili e docili alla tua azione affinché con il tuo aiuto e la tua grazia possiamo sempre portare frutti d’amore a lode e gloria del Tuo nome per il nostro bene e per il bene della Chiesa.

Amen

In ascolto della Parola

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 13,1-9)

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai»”.

Spunti per la meditazione e la condivisione

Mentre Gesù sta parlando alle folle, qualcuno lo mette al corrente di una notizia sconvolgente, giunta da poco: alcuni galilei, probabilmente degli zeloti rivoluzionari, sono stati uccisi su ordine di Pilato mentre stavano compiendo il sacrificio nel tempio. Era ancora viva nel ricordo di tutti un’altra disgrazia: diciotto operai che lavoravano nelle vicinanze del tempio erano rimasti uccisi nel crollo di una torre. Davanti a questi sanguinosi fatti di cronaca la gente ragionava così: poiché Dio è giusto, se costoro hanno subito una tale sorte significa che erano peccatori. Gesù è però di diverso parere, quegli uomini non erano peggiori di altri, la loro disgrazia semmai, è il segno che il giudizio incombe su tutti. Di fatti Gesù ripete due volte ai suoi ascoltatori: “Se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo”. Parole che possono sembrare dure e minacciose, ma Gesù le pronuncia per salvare più che per punire, come ci suggerisce la parabola del fico secco.

Questa parabola la possiamo accostare alla parabola dei talenti. Gesù fa riferimento a un’immagine già molte volte utilizzata nell’Antico Testamento per indicare il popolo di Dio. Infatti il fico e la vigna rappresentano nella Scrittura e nella tradizione rabbinica e profetica il popolo di Israele che è la vigna scelta, piantata e curata da Dio nonostante la sua infedeltà. Ma la sterilità del popolo è ostinata, sono tre anni che il padrone viene a cercare i fichi senza trovarne e allora dice al vignaiolo: “Taglialo”. La pazienza di Dio ha un limite, il tempo è decisivo, non perché breve, ma perché carico di occasioni decisive, qualunque sia la sua durata. Questo dialogo tra padrone e vignaiolo mette in risalto il valore dell’intercessione, della preghiera per ottenere misericordia, fatta da Gesù che è il vignaiolo al Padre che è il padrone.

Allora il cambiamento è ancora possibile, ma non si può programmare la pazienza di Dio né approfittarne. Il giudizio sarà severo e perciò la conversione è così importante che Dio ci concede l’ultima opportunità. Il tempo della misericordia si allunga per rendere possibile il cambiamento, non per rimandarlo. Il centro della parabola non sta nella ricerca dei frutti, né nella volontà di tagliarlo perché non ne produce, né nella decisione irrevocabile di tagliarlo se non dovesse più produrne, dopo un anno di attesa. La novità sta nel fatto che a un fico sterile venga ancora concessa una possibilità.

Domande per la condivisione

Sono consapevole che il tempo che il Signore mi concede di vivere è un tempo prezioso per la mia conversione? Quali sono le cose che spesso rendono “sterile” la mia vita? Come vivo il tempo che mi è concesso? Sono tra quelli che dicono: tanto Dio è paziente, è misericordioso e rimando nel tempo una sincera conversione del cuore? Oppure sono preso dello scoraggiamento dico a me stesso: ormai è troppo tardi, non posso cambiare, Dio ha esaurito la pazienza nei mie confronti.

Preghiamo insieme

“Grazie Signore, Tu sei il contadino paziente e innamorato. Non ti fermi di fronte alle nostre secchezze e infecondità. Tu circondi con il Tuo Amore, con la Tua cura, con la zappa e il concime, il Tuo sorriso e la Tua speranza, l’alberello della nostra vita. Tu sai attendere le nostre stagioni migliori come solo l’amore sa attendere e sperare. Quante volte il “fico” della mia vita sarebbe stato da tagliare se Tu non mi avessi dato un altro tempo per smuovere il mio cuore e rivitalizzare le radici. Quante volte ho desiderato prendere una strada diversa, come i discepoli di Emmaus, piuttosto che restare a Gerusalemme, e invece Tu Signore mi hai ridonato il coraggio e la forza di andare avanti in questo cammino, insieme ai miei fratelli. Grazie Signore”.

Don Vincenzo Sarracino

“Venga il tuo Regno”

Preghiamo

Vieni, o Spirito Santo, e da’ a noi un cuore nuovo, che ravvivi in noi tutti i doni da Te ricevuti con la gioia di essere Cristiani, un cuore nuovo sempre giovane e lieto. Vieni, o Spirito Santo, e da’ a noi un cuore puro, allenato ad amare Dio, un cuore puro, che non conosca il male se non per definirlo, per combatterlo e per fuggirlo; un cuore puro, come quello di un fanciullo, capace di entusiasmarsi e di trepidare. Vieni, o Spirito Santo, e da’ a noi un cuore grande, aperto alla Tua silenziosa e potente parola ispiratrice, e chiuso ad ogni meschina ambizione, un cuore grande e forte ad amare tutti, a tutti servire, con tutti soffrire; un cuore grande, forte, solo beato di palpitare col cuore di Dio. (S.Paolo VI)

Che cos’è il Regno di Dio

Non è facile dare una definizione di Regno di Dio, dobbiamo rifarci alla predicazione di Gesù e quest’anno lo stiamo facendo prendendo in considerazione le sue parabole. Nella predicazione di Gesù la venuta del Regno di Dio indica che, inviando nel mondo il suo Figlio, Dio ha deciso, per così dire, di prendere in mano di persona le sorti del mondo, di compromettersi con esso, di agire dal suo interno.

Il Regno di Dio è il tempo in cui Dio si dona definitivamente alle persone umane, chiamandole ad essere suoi figli e a vivere come fratelli. Il Regno di Dio si rende visibile nell’insieme di persone che si lasciano guidare da Dio e cercano di trasformare la loro vita, conformandola a quella di Gesù, Figlio di Dio Padre e nostro fratello.

Il Regno di Dio è vicino

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il Vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo” ( Mc 1,15 ). “Cristo, per adempiere la volontà del Padre, ha inaugurato in terra il Regno dei cieli” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3].

Ora, la volontà del Padre è di “elevare gli uomini alla partecipazione della vita divina” [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 3].

Lo fa radunando gli uomini attorno al Figlio suo, Gesù Cristo. Questa assemblea è la Chiesa, la quale in terra costituisce “il germe e l’inizio” del Regno di Dio.

L’annunzio del Regno di Dio

Tutti gli uomini sono chiamati ad entrare nel Regno. Annunziato dapprima ai figli di Israele, [Cf Mt 10,5-7 ] questo Regno messianico è destinato ad accogliere gli uomini di tutte le nazioni [Cf Mt 8,11; Mt 28,19 ]. Per accedervi, è necessario accogliere la Parola di Gesù:

La Parola del Signore è paragonata appunto al seme che viene seminato in un campo: quelli che l’ascoltano con fede e appartengono al piccolo gregge di Cristo hanno accolto il Regno stesso di Dio; poi il seme per virtù propria germoglia e cresce fino al tempo del raccolto [Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 5].

ll Regno appartiene ai poveri e ai piccoli, cioè a coloro che l’hanno accolto con un cuore umile. Gesù è mandato per “annunziare ai poveri un lieto messaggio” ( Lc 4,18 ). Li proclama beati, perché “di essi è il Regno dei cieli” ( Mt 5,3 ); ai “piccoli” il Padre si è degnato di rivelare ciò che rimane nascosto ai sapienti e agli intelligenti (Mt 11,25). Gesù invita i peccatori alla mensa del Regno: “Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”.  ( Mc 2,17 ). Li invita alla conversione, senza la quale non si può entrare nel Regno, ma nelle parole e nelle azioni mostra loro l’infinita misericordia del Padre suo per loro e l’immensa “gioia” che si fa “in cielo per un peccatore convertito” ( Lc 15,7 ). La prova suprema di tale amore sarà il sacrificio della propria vita “in remissione dei peccati“. ( Mt 26,28)

 I segni del Regno di Dio

Gesù accompagna le sue parole con numerosi “miracoli, prodigi e segni” (At 2,22), i quali manifestano che in lui il Regno di Dio è presente. Attestano che Gesù è il Messia annunziato. (Lc 7,18-23).

Gesù come insegna con autorità, così compie i miracoli con autorità, a nome proprio: «Io ti dico» (Mc 5,41); «Ti ordino» (Mc 2,11). Agisce con naturalezza, senza sforzo e senza alcuna preparazione; gli basta una semplice parola.

Il risultato è istantaneo, sebbene i casi siano diversissimi: guarigione di lebbrosi, ciechi, sordomuti, paralitici, epilettici; risurrezione di morti; moltiplicazione di pani e pesci, trasformazione dell’acqua in vino, una pesca miracolosa, una tempesta sedata. Alla singolarissima autorità si unisce una sorprendente umanità e tenerezza: a volte interviene senza essere richiesto, per compassione. (Mc 8,2Lc 7,13). A volte non esita a infrangere le prescrizioni della legge, guarendo in giorno di sabato o toccando i lebbrosi e i morti. (Mc 1,413,1-55,41).

Le chiavi del Regno

Cristo, “Pietra viva” ( 1Pt 2,4 ), assicura alla sua Chiesa fondata su Pietro la vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa. Avrà la missione di custodire la fede nella sua integrità e di confermare i suoi fratelli [Cf Lc 22,32 ].

Gesù ha conferito a Pietro un potere specifico: “A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli” ( Mt 16,19 ). Il “potere delle chiavi” designa l’autorità per governare la casa di Dio, che è la Chiesa. Gesù, “il Buon Pastore” ( Gv 10,11 ) ha confermato questo incarico dopo la Risurrezione: “Pasci le mie pecorelle” ( Gv 21,15-17 ). Il potere di “legare e sciogliere” indica l’autorità di assolvere dai peccati, di pronunciare giudizi in materia di dottrina, e prendere decisioni disciplinari nella Chiesa. Gesù ha conferito tale autorità alla Chiesa attraverso il ministero degli Apostoli [Cf Mt 18,18 ] e particolarmente di Pietro, il solo cui ha esplicitamente affidato le chiavi del Regno.

“Nell’attesa della Tua venuta”

È importante comprendere il senso profondo della venuta gloriosa di Cristo, perché getta luce sul valore della nostra vita presente, sulle nostre scelte e sul vero progresso. Con la venuta gloriosa di Cristo ci sarà la rivelazione di quello che rimane nascosto, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto nel corso della nostra vita e della storia. Anzitutto, per quanto riguarda Cristo stesso. È venuto umile e povero, si è fatto “servo” di tutti, ha sacrificato la sua vita per noi; si è nascosto nei poveri e sofferenti, è stato rifiutato e crocifisso. È giusto che Gesù Cristo, che è il “Signore”, debba mostrarsi a tutti nella sua Persona, togliere il velo che lo nascondeva. La sua venuta gloriosa svelerà che la crocifissione di Gesù non è stata una sconfitta, ma una vittoria, la vittoria dell’amore sull’odio e sulla violenza, la sorgente della salvezza per tutta l’umanità, la più sicura speranza. Insieme con Gesù sarà svelato anche il nostro comportamento, la verità della vita di coloro che hanno amato e seguito Gesù e che sono stati misconosciuti, rifiutati, perseguitati.

Degni del Regno

Per noi cristiani il tempo libero non esiste, perché se c’è tempo e vita bisogna darsi da fare per il Signore, per il prossimo, per la Chiesa. Dobbiamo impegnarci a crescere nella fede, impegnarci nella preghiera e nella carità operosa. La vita è il tempo datoci da Dio nel quale dobbiamo far fruttare i suoi beni. Dobbiamo allontanare la pigrizia e operare. E quando lui tornerà gli renderemo conto.

Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. (Mt25,34-36)

La generosità del padrone e la durezza del servo.

Preghiera iniziale

Siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo; sentiamo il peso delle nostre debolezze, ma siamo tutti riuniti del tuo nome; vieni a noi, assistici, vieni nei nostri cuori; insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire, compi tu stesso quanto da noi richiesto. Sii tu solo a suggerire e a guidare le nostre decisioni, perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso; non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami l’ordine e la pace; non ci faccia sviare l’ignoranza; non ci renda parziali l’umana simpatia, non ci influenzino cariche e persone; tienici stretti a te e in nulla ci distogliamo dalla verità; fa’ che riuniti nel tuo santo nome, sappiamo contemperare bontà e fermezza insieme, così da fare tutto in armonia con te, nell’attesa che per il fedele compimento del dovere ci siano dati in futuro i beni eterni. Amen. (Sant’Isidoro di Siviglia)

Lettura del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (18,21-19,1)

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Spunti per la riflessione e la condivisione

Questa parabola si sviluppa in una sequenza di tre quadri: il servo e il padrone; il servo e un altro servo; di nuovo il padrone e il servo.

Nella prima scena tutto sembra inverosimile. Il debito contratto dal servo con il padrone è di proporzioni irreali: diecimila talenti. Pensate un talento equivaleva a 32,7 Kg d’argento. Ma ciò che è inverosimile nel mondo dell’uomo può essere verosimile nel mondo di Dio. Il servo ha supplicato un rinvio del debito e il padrone glielo addirittura gli condona tutto. La risposta di Dio supera la domanda dell’uomo, a spingere il padrone a condonare il debito non sono state le suppliche del servo, ma la sua grandezza d’animo, la sua generosità, la gratuità del condono.

La seconda scena della parabola ci riporta nel mondo degli uomini. La relazione non è più tra il servo e il padrone, tra l’uomo e Dio, ma tra uomo e uomo. Se leggessimo questa scena senza la prima tutto sommato, al di là dei modi che possono essere discutibili, il servo che voleva farsi restituire il proprio denaro aveva sostanzialmente ragione. Ma alla luce dell’antefatto, a questo servo che per primo è stato condonato un debito immenso come è possibile che dopo un tale condono non è capace a sua volta di una piccola remissione? È inconcepibile. Noi ci aspetteremmo che il servo, sopraffatto dalla gioia e dalla gratitudine, ritenesse a sua volta normale perdonare un piccolo debito, ma il perdono ricevuto non lo ha rigenerato, non gli ha aperto il cuore. Se ci dimentichiamo che noi per primi siamo stati perdonati, gratuitamente amati non capiremmo nulla del perdono: né del perdono di Dio, né del nostro perdono verso i fratelli.

Nella terza scena alla misericordia del padrone subentra la severità perché il servo non si è comportato come lui. La generosità del padrone non ha introdotto alcuna novità nel comportamento del servo, si direbbe una generosità sprecata. La storia finisce come era iniziata, il padrone adirato consegna questo servo agli aguzzini finché non pagasse tutto il debito. Commento finale: la generosità di Dio fallisce, l’uomo non si lascia rinnovare da Dio. Ma c’è dell’altro, l’affermazione che conclude la parabola: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello”. Queste parole conclusive di Gesù non vanno intese nel senso che Dio ci perdona tanto quanto noi sappiamo perdonare al fratello. In tal caso, saremmo disperati, perché il nostro debito verso Dio è immensamente più grande. Neanche nel senso che, siccome noi perdoniamo, Dio è tenuto a perdonarci: il nostro perdono non può motivare quello di Dio, che rimane assolutamente gratuito. Ma nel senso che noi perdonando, poniamo la condizione perché il perdono di Dio ci possa raggiungere.

Domandiamoci

Sono consapevole di essere stato perdonato per primo da Dio? Cosa mi impedisce di perdonare e di riconciliarmi con chi mia ha fatto del male? Ho fatto esperienza di perdono dato o ricevuto? Cosa ho provato in quel momento? Sono stato capace di ringraziare Dio? Come vivo il Sacramento della Riconciliazione?

Preghiamo

Dal salmo 24

Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza. Ricordati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. Ricordati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.

IL MISTERO DELL’INCARNAZIONE

Preghiamo

Signore Gesù, pienezza del tempo e signore della storia, donaci un cuore umile e semplice, perché contempliamo con meraviglia sempre nuova il mistero dell’Incarnazione, quando tu, Figlio dell’Altissimo, nel grembo della Vergine, santuario dello Spirito, sei divenuto nostro Fratello. A te, Redentore dell’uomo, principio e fine del tempo e del cosmo, al Padre, fonte inesauribile d’ogni bene, allo Spirito Santo, sigillo dell’infinito amore, ogni onore e gloria nei secoli eterni. Amen.

 In ascolto

Pietro Crisologo, Vescovo e Dottore della Chiesa, svolse una grande attività di predicatore, da qui il suo nome “Crisologo” che significa “dalle parole d’oro”. Vissuto tra il 380 e il 450, di lui ci rimangono molte omelie, sermoni e discorsi. Quello che vi proponiamo qui è un discorso in cui vuole mettere in luce come nell’uomo sia impressa l’immagine divina, ravvivata dallo Spirito Santo. L’uomo quindi si trova a vivere immerso nella creazione come immagine visibile dell’invisibile

 Dal discorso di Pietro Crisologo n.148

“Quando la Vergine concepisce, vergine partorisce e vergine rimane. Non rientra nell’ordine della natura, ma dei segni divini. Non c’entra la ragione, ma la potenza superiore, non la natura, ma il Creatore. Non è cosa normale, ma singolare; è un fatto divino, non umano. La nascita di Cristo non fu dettata dalla necessità, ma da una libera scelta. Fu un sacramento di pietà, fu la restaurazione della salvezza umana. Colui che senza nascere aveva formato l’uomo da un intatto limo, quando egli stesso nacque, formò un uomo da un intatto corpo. La mano che si era degnata di prendere del fango per plasmare il nostro corpo, si degnò di prendere anche la carne per la nostra restaurazione. Ora che il Creatore dimori nella sua creatura e che Dio si trovi nella nostra carne, è un onore per l’uomo, non una sconvenienza per Dio.

O uomo, perché hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stato tratto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? La luce infusa in te scaccia le tenebre che ti circondano. Per te è stata regolata la notte, per te definito il giorno, per te il cielo è stato illuminato dal diverso splendore del sole, della luna e delle stelle. Per te la terra è dipinta di fiori, di boschi e di frutti. Per te è stata creata la mirabile e bella famiglia di animali che popolano l’aria, i campi e l’acqua, perché una desolata solitudine non appannasse la gioia del mondo appena fatto. Tuttavia il tuo creatore trovò ancora qualcosa da aggiungere per onorarti. Ha stampato in te la sua immagine, perché l’immagine visibile rendesse presente al mondo il creatore invisibile, e ti ha posto in terra a fare le sue veci, perché un possedimento così vasto, qual è il mondo, non fosse privo di un vicario del Signore. Dio, nella sua infinita bontà, prese in sé ciò che aveva fatto in te per sé. Volle essere visto nell’uomo direttamente e in se stesso. Egli, che nell’uomo aveva prima voluto essere visto per riflesso, fece sì che diventasse sua proprietà l’uomo che prima aveva ottenuto di essere solo sua immagine riflessa. Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole, essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell’età per restaurare l’unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l’uomo, perché l’uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello spirito divino chi aveva soltanto un’anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio, perché nulla più rimanga nell’uomo di ciò che in lui v’è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli. Amen.

Perché il Verbo di Dio si è fatto carne?

(Dal Catechismo della Chiesa Cattolica nn. 456-460)

456 Con il Credo niceno-costantinopolitano rispondiamo confessando: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo».79

457 Il Verbo si è fatto carne per salvarci riconciliandoci con Dio: è Dio «che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,10). «Il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1 Gv 4,14). «Egli è apparso per togliere i peccati» (1 Gv 3,5): «La nostra natura, malata, richiedeva d’essere guarita; decaduta, d’essere risollevata; morta, di essere risuscitata. Avevamo perduto il possesso del bene; era necessario che ci fosse restituito. Immersi nelle tenebre, occorreva che ci fosse portata la luce; perduti, attendevamo un salvatore; prigionieri, un soccorritore; schiavi, un liberatore. Tutte queste ragioni erano prive d’importanza? Non erano tali da commuovere Dio sì da farlo discendere fino alla nostra natura umana per visitarla, poiché l’umanità si trovava in una condizione tanto miserabile ed infelice?».

458 Il Verbo si è fatto carne perché noi così conoscessimo l’amore di Dio: «In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui» (1 Gv 4,9). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

459 Il Verbo si è fatto carne per essere nostro modello di santità: «Prendete il mio giogo su di voi e imparate da me… » (Mt 11,29). «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). E il Padre, sul monte della trasfigurazione, comanda: «Ascoltatelo» (Mc 9,7).81 In realtà, egli è il modello delle beatitudini e la norma della Legge nuova: «Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati» (Gv 15,12). Questo amore implica l’effettiva offerta di se stessi alla sua sequela.

460 Il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pt 1,4): «Infatti, questo è il motivo per cui il Verbo si è fatto uomo, e il Figlio di Dio, Figlio dell’uomo: perché l’uomo, entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio». «Infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio». L’unigenito […] Figlio di Dio, volendo che noi fossimo partecipi della sua divinità, assunse la nostra natura, affinché, fatto uomo, facesse gli uomini dei».