Giubileo, indulgenza, conversione e prese di responsabilità – Lettera di Don Fabio ai parrocchiani

Carissimi parrocchiani, perdonatemi se vi scrivo a così breve distanza dal Natale, non voglio davvero diventare invadente, ma è chiaro che il tempo giubilare deve costituire un’occasione davvero speciale per tutti noi. Sappiamo che questo sarà un anno di misericordia, ma allora dobbiamo chiederci: come ricevere questa Misericordia? Come goderne e farla nostra?

La tradizione della Chiesa ci presenta come forma tipica del Giubileo quella della indulgenza, questa pratica della Chiesa gode però di pessima fama, in parte dovuta alla polemica luterana ed in parte alla cattiva presentazione che ne hanno fatto numerosi storici, appena sentiamo parlare di Indulgenza la nostra mente va allo scandalo della vendita delle Indulgenze e così non approfondiamo questo dono di Dio che in se stesso è una possibilità straordinaria che ci è offerta, indipendentemente dal triste commercio che ne hanno fatto alcuni ecclesiastici. Accade perciò che non pochi pensino che il motivo per cui il Santo padre ha indetto un Giubileo è per “fare soldi”.

Tanto quanto è tempo di Misericordia, il Giubileo è tempo di indulgenza, ma cosa è questa indulgenza? Per comprendere la realtà di questo dono dobbiamo fare un po’ di storia, dobbiamo cioè ritornare fino agli inizi della storia della Chiesa per vedere in quali forme nei secoli la Chiesa ha ricevuto da Dio il perdono e lo ha amministrato.

La remissione dei peccati nella storia della Chiesa

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In effetti, mentre la prassi liturgica di altri sacramenti nel tempo è rimasta molto costante, così che ad esempio noi possiamo dire che non c’è sostanziale differenza tra l’Eucaristia come la celebriamo noi e quella che celebravano gli apostoli, non è accaduta la stessa cosa per la penitenza o confessione, e la prassi penitenziale nella storia della Chiesa ha conosciuto una evoluzione radicale. All’inizio della sua storia la Chiesa conosceva come unica forma di remissione dei peccati il Battesimo, si sa infatti che il Battesimo produce la remissione totale di tutti i peccati e ricevendolo da adulti esso chiede ai catecumeni un tale cambiamento di vita che la Chiesa lo riteneva più che sufficiente. Quasi subito però si presentò ai primi cristiani un problema logico non indifferente: cosa accade a coloro che peccano dopo aver ricevuto il Battesimo? Nella maggior parte dei casi ci si affidava alla misericordia di Dio, con l’eccezione di tre peccati: omicidio, adulterio e idolatria, considerati irredimibili, che rompevano la comunione ecclesiale e ponevano fuori dalla Chiesa.

L’espulsione dalla Chiesa era una pena gravissima: immaginate che per diventare cristiano un uomo doveva aver rotto con tutte le sue amicizie precedenti, con ogni legame che lo univa al mondo pagano. Trovandosi poi espulso anche dalla Chiesa si trovava in una sorta di terra di nessuno spirituale, senza più amicizie, senza più legami di comunione con nessuno, era una vera morte civile, in attesa della morte eterna. Quasi subito alcune Chiese particolari, specialmente quelle dell’Asia Minore, adottarono una prassi più mite, che consentiva di rientrare nella comunità ecclesiale attraverso alcune pratiche di penitenza, e questa andò via via imponendosi, nonostante le molte polemiche. Due gruppi in particolare, i cosiddetti Montanisti e i Novaziani, si opponevano a questa maggiore indulgenza, considerandola lassismo. Alla fine, verso il quarto secolo D.C. la Chiesa Cattolica adottò in forma piena la prassi della penitenza per la remissione dei peccati commessi dopo il Battesimo.

La confessione dei peccati avveniva pubblicamente, durante il triduo pasquale e il vescovo comminava la pena penitenziale, che spesso era durissima, a volte poteva durare anche vent’anni od avere termine solo in punto di morte con il viaticum. È vero però che fin dall’inizio il vescovo aveva anche facoltà di concedere, diciamo così, degli “sconti di pena” alleviando la durezza di queste penitenze. Si presentò allora una domanda allo Spirito cristiano: la penitenza è il semplice segno esteriore della contrizione del cuore, in sé sufficiente per il perdono, oppure è una pena giuridicamente necessaria per la remissione del peccato commesso? Chiaramente infatti nel primo caso la Chiesa aveva piena facoltà di abbreviare la durata della penitenza, non appena avesse avuto prove certe che la conversione fosse stata raggiunta, ma nel secondo caso se la penitenza fosse stata abbreviata, come si sarebbe potuta ristabilire la comunione con Dio?

Non c’è un’opinione comune in questo periodo tra i Padri della Chiesa, così ad esempio S. Giovanni Crisostomo in una sua celebre omelia dice: “Io non chiedo una lunga penitenza, quanto l’emendazione dell’anima; mostra la tua contrizione e tutto è fatto.”(Hom. in 2Cor.) oppure Rufino di Aquileia nel 345 D.C. scrive: “Se si muta in noi l’animo perverso, nel quale risiede l’origine del vizio, la cattiva intenzione, perché non possiamo noi ritornare innocenti, pur essendo stati un tempo delinquenti?” (Comm. al Credo, 40). Di parere completamente diverso sono invece S. Basilio, S. Cipriano. e S. Clemente che, ad esempio, osserva: “la necessità della penitenza è tale che se non viene commessa in questa vita essa deve necessariamente essere compiuta nell’altra”, ovvero nel Purgatorio.

Certamente la prassi della confessione pubblica dei peccati comportava già in sé un notevole grado di pentimento, perché tutti potevano testimoniare dell’effettiva conversione  del peccatore, ed esso è stato mantenuto fino all’VIII sec. circa. È stato un monaco irlandese, S. Colombano, che ha “inventato” la prassi della confessione privata, che si è poi imposta come forma ordinaria della confessione, tanto che oggi la confessione pubblica è addirittura vietata per rispetto della dignità delle persone e della loro “privacy”. Furono istituiti perciò dei “tariffari” di penitenze, spesso durissime, per aiutare i sacerdoti incaricati di ricevere le confessioni private a giudicare quale fosse la penitenza adeguata per ogni singolo peccato. L’uso di questi manuali però non fece che accentuare l’aspetto giuridico e di “quasi tribunale” della confessione, nonché l’idea che la penitenza fosse la pena per il peccato commesso. È in questo contesto, attorno al XI sec. che nasce la prassi delle indulgenze, era infatti facoltà del vescovo, qualora vedesse segni concreti di conversione, togliere o commutare parte della penitenza assegnata nella confessione, così da renderla meno gravosa. Così nel giro di due o tre secoli, verso il XVI sec. i tariffari caddero in disuso e progressivamente la prassi della Chiesa rese sempre più mite la penitenza, fino ad arrivare a S. Alfonso M. de Liguori che nel XVIII sec. raccomandava ai confessori di usare la massima indulgenza e di essere più medici che giudici. In qualche modo è S. Alfonso ad inaugurare la prassi penitenziale attuale, in cui il sacerdote domanda una penitenza che corrisponde ad un’opera più spirituale che corporale, come potrebbe essere la recita di alcune preghiere, la lettura di qualche brano della Bibbia o un’opera di carità.

Non basta la Confessione sacramentale
per ottenere il perdono di Dio?

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Questo excursus storico sullo sviluppo del sacramento della Confessione era necessario perché per comprendere la realtà delle Indulgenze dobbiamo rispondere ad una domanda fondamentale: non basta la Confessione sacramentale per ottenere il perdono di Dio? Forse al Suo perdono manca qualcosa? Forse il perdono di Dio non è in sé sufficiente ad ottenerci la salvezza? O dobbiamo pensare a Dio come ad un magistrato, più che come a un Padre, che ci dica: “caro ragazzo, io ti perdono di tutto cuore, ma intanto la punizione devi scontarla lo stesso”? E che perdono sarebbe quello che non rimette la pena per la colpa commessa?

Abbiamo visto invece che nel corso della sua storia la Chiesa ha via via sempre meglio compreso che la penitenza non è la pena del peccato, ma il segno concreto di una avvenuta conversione del cuore. Certamente anche oggi noi pensiamo, come S. Clemente, che la penitenza è un elemento necessario della confessione, ma non in quanto pena per l’espiazione del peccato commesso, giacché il sacrificio di Cristo ha di fatto già compiuto ogni espiazione, ma in quanto segno di una autentica conversione del cuore, cioè di una totale rottura con il male.

Ora la domanda più radicale che resta è: perché abbiamo bisogno di una penitenza per la remissione dei peccati? Non è questa l’immagine biblica di Dio, non è il Padre Misericordioso di Lc 15, che accoglie il figliol prodigo tornato a casa senza chiedergli quella espiazione supplementare che lui in cuor suo si riproponeva, anzi, il Vangelo nota che subito “cominciarono a far festa” (Lc. 15, 24). Allora perché devo fare penitenza per ottenere il perdono? Per capire questo, e quindi per capire l’indulgenza, è necessario comprendere cosa fa il peccato dentro di noi, quali sono le sue conseguenze.

Il peccato, ogni peccato, oltre alla rottura della comunione con Dio produce in noi un malsano attaccamento alle cose, un “falso amore” per le cose del mondo che finisce con il creare in noi una vera schiavitù, oggi diremmo una dipendenza, dal male, un legame che è difficilissimo spezzare e che ci rende sempre più inclini al peccato. Immaginate ad esempio un uomo afflitto dal vizio del gioco. Quest’uomo per quanto sinceramente pentito sentirà sempre in sé una fortissima tentazione per ritornare al vizio, come se ci fosse qualcosa in lui che lo costringe, come se il peccato fosse una specie di droga. Per questo Gesù dice che non può essere suo discepolo “chi non odia suo padre, sua madre, la moglie i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita” (Lc. 14,26), per questo S. Agostino ricorda che non può esserci una vera conversione a Dio se non c’è una avversione al mondo.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica ci avverte che “ogni peccato, anche veniale, provoca un malsano attaccamento alle creature che ha bisogno di purificazione, sia quaggiù, sia dopo la morte nello stato chiamato Purgatorio. Tale purificazione libera dalla cosiddetta “pena temporale del peccato”, espiata la quale viene a cancellarsi ciò che osta alla piena comunione con Dio e con i fratelli. Supponiamo che un uomo che ha un’amante venga a confessarsi, e sia sinceramente pentito, prometterà di non ritornare più con questa donna e il sacerdote in conseguenza di questa promessa gli concederà l’assoluzione. Quest’uomo ha già ottenuto il perdono di Dio, ma deve ancora di fatto separarsi da quella donna, e se non lo farà effettivamente, mancando di compiere le sue promesse, il perdono per lui sarà inutile. La penitenza perciò è necessaria proprio per rompere questo legame con il peccato, è il segno di quel profondo rinnovamento dell’anima che domanda a Dio la forza di non peccare più, è la prova della conversione e al tempo stesso il sostegno della imperfezione della contrizione del nostro cuore, se infatti per ipotesi avessimo un pieno e perfetto pentimento non avremmo bisogno di alcuna penitenza, ma si sa che a causa del peccato originale che vive in noi raramente siamo capaci di una contrizione perfetta, non sperimentiamo forse ogni giorno come il nostro pentimento è fragile e imperfetto e che ritorniamo fatalmente a rotolarci in quei peccati da cui credevamo di esserci separati totalmente?

Per questa ragione abbiamo bisogno del Purgatorio, che è quella purificazione richiesta dalla imperfezione del nostro pentimento, dalla difficoltà che abbiamo a rompere totalmente con il peccato. Per questo motivo ugualmente la penitenza che facciamo in questa vita rende più lieve la purificazione che dovremo attraversare in Purgatorio, allentando il legame che ci unisce al male. Quindi più penitenza faccio in questa vita, meno Purgatorio dovrò passare dopo la morte.

Detto ciò, torniamo all’indulgenza…

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A questo punto siamo in grado di comprendere meglio che cos’è l’indulgenza e quali effetti produce nell’anima. L’Indulgenza è un atto straordinario della Chiesa che in virtù dell’autorità ricevuta da Cristo rompe il nostro legame con il peccato e supplendo all’imperfezione del mio pentimento fa quello che io da solo non posso fare, appunto per un puro atto di Grazia, e ristabilisce pienamente la comunione con Dio, rendendo così inutile per me il purgatorio per i peccati commessi fino a quel momento. La Chiesa può compiere questo atto per me in virtù del mistero della comunione esistenziale che lega tutti gli uomini, come il peccato di uno porta delle conseguenze che ricadono su molti attorno a lui, così la santità di uno si diffonde attorno a lui, finendo quasi per contagiare le persone a lui vicine. È in virtù di questa comunione esistenziale del resto che noi siamo stati salvati da Cristo e possiamo rivendicare come nostra la santificazione che ha portato nel mondo. È in virtù della santità della Chiesa, intesa come corpo di Cristo, che io, peccatore, posso ricevere l’Indulgenza, cioè essere purificato indipendentemente dai meriti della mia penitenza. Quindi l’indulgenza agisce non a livello del perdono, che è già dato pienamente nella confessione, ma a livello delle conseguenze del peccato nell’anima, che vengono eliminate dalla Grazia di Dio esattamente come succederebbe con una contrizione perfetta.

Questa dottrina dell’Indulgenza non è stata inventata da Bonifacio VIII, come abbiamo visto già nell’XI sec. era così denominato l’atto del vescovo che cancellava o riduceva una penitenza troppo gravosa. Quando nel 1300 papa Bonifacio istituì il primo Giubileo in effetti egli non fece altro che dichiarare che i “romei”, cioè i pellegrini che giungevano a Roma, in quella circostanza godevano di una pienissima indulgenza, ovvero che la Chiesa considerava il gesto del pellegrinaggio a Roma segno di una conversione tale da cancellare dall’anima ogni conseguenza del peccato, ma come abbiamo visto precedentemente questo non era in effetti altro che una estensione di un principio generale già ben conosciuto fin dal secondo secolo cristiano, con solide radici bibliche e pienamente in potere del papa. La Chiesa del resto ha sempre saputo che talune opere potevano eliminare la conseguenza interiore del peccato, così ad esempio già S. Pietro nella sua lettera scrive che la Carità “copre una moltitudine di peccati” (1Pt. 4,8). Poi come abbiamo visto questo principio generale nella storia della Chiesa ha trovato forme sempre più precise di attuazione.

Accanto alle forme straordinarie di indulgenza, legate ad esempio ad eventi particolari, come un Giubileo o il ben noto “perdono di Assisi” la Chiesa ha sempre saputo che esistevano anche forme ordinarie di indulgenza, legate alle opere di misericordia, sia corporale che spirituale, così ad esempio la lettura frequente della Parola di Dio, la pratica degli Esercizi Spirituali o la testimonianza pubblica della fede, il servizio dei poveri o perfino la paziente sopportazione delle avversità quotidiane sono tutte opere che se fatte con il dovuto spirito di penitenza procurano gli effetti dell’indulgenza.

Assunzioni di responsabilità

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Quanto detto finora ci aiuta a prendere coscienza di un tema serissimo della nostra vita, ovvero con sano realismo ad assumerci la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni. È raro ai nostri giorni vedere uomini e donne che abbiano il coraggio di assumersi le proprie responsabilità, anzi, sembra quasi che tutto intorno a noi funzioni come un gigantesco apparato di delega che diluisce talmente la responsabilità che essa finisce con il diventare così impersonale che nessuno ne risponde. In questo modo possiamo sempre dire: non è colpa mia, è l’ufficio, è la società, è il mio inconscio… la prassi dell’Indulgenza ci chiama ad assumerci le nostre responsabilità in prima persona: io ho peccato, non un altro, ed è colpa mia ciò che accade. Ma se avremo il coraggio di fare questo, sperimenteremo anche la gioia del perdono, quel sollievo della coscienza che la semplice deresponsabilizzazione non può dare, e che è forse la più grande gioia che un uomo possa sperimentare nella sua vita. Per questo il Giubileo è innanzitutto un anno di gioia.

Sì, la storia non è fatta solo di intenzioni e ogni nostro gesto crea una realtà corrispondente; accanto al perdono di Dio che riceviamo nella confessione deve esserci il nostro impegno a creare una contro-realtà di bene per eliminare gli effetti del male che abbiamo commesso, dentro di noi e nel mondo intorno a noi. Questo è il nostro concreto impegno di conversione, significato dalle opere che ci procurano l’indulgenza. Non basta dopo un peccato dire “ma io non volevo!” come se fossimo bambini incoscienti, al contrario, la coraggiosa assunzione delle nostre responsabilità ci domanda una riparazione del male commesso, la creazione di una nuova realtà che sostituisca quella del peccato.

Veri frutti di conversione

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Da quanto abbiamo detto fin qui appare chiaro che per acquisire l’Indulgenza dobbiamo portare veri frutti di conversione, la Chiesa ne suggerisce diversi in questo tempo giubilare, caratteristici di questo momento, vediamoli uno per uno, ricordando però che ad essi deve essere sempre accompagnata la confessione sacramentale, che ci comunica il perdono, la partecipazione all’Eucaristia, che rende visibile il nostro legame alla Chiesa ed un’opera di carità, segno di una effettiva conversione.

  • Il passaggio della Porta Santa
    Il valore simbolico di questo gesto è evidente: Cristo è la Porta, per Lui abbiamo accesso a Dio, per lui “entriamo e usciamo e troviamo pascolo” (Gv. 10,9). Entrare attraverso la Porta Santa significa perciò entrare in Cristo, è questa una porta nella quale si entra, ma dalla quale non si esce più, solo chi ha davvero riconosciuto che solo attraverso Gesù abbiamo accesso a Dio e lo riconosce quindi Signore della sua vita. Non è perciò un gesto che possa farsi in modo superstizioso, non produce i suoi effetti per una qualche proprietà magica della porta, ma unicamente per la conversione che essa significa.
  • Il pellegrinaggio ad un santuario
    Il pellegrinaggio indica sempre un “uscire”, un lasciare le comodità della propria vita e della propria casa per rimettersi in discussione. Non c’è pellegrinaggio senza questa disposizione del cuore alla conversione, altrimenti dovremmo dire che stiamo facendo solo del turismo.
  • La memoria dei martiri
    La memoria dei martiri, generalmente compiuta attraverso la visita alle catacombe, ci ricorda che il martirio deve essere la disposizione fondamentale della nostra fede, occorre sempre ricordare come dice Gesù che solo chi perde la propria vita la guadagna. Non si può fare memoria dei martiri senza porsi in questo atteggiamento esistenziale profondo, di disponibilità a dare la propria vita per Cristo.

In realtà, il tempo ordinario non è ordinario affatto…

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Cari amici,

finito il tempo di Natale passiamo al tempo ordinario, passiamo dal bianco e dall’oro, i colori della gloria e dell’amore, al verde, il colore della quotidianità, della naturalezza e della pace.

Ma dopo che Dio si è fatto uomo esiste qualcosa che sia veramente ordinario? Dopo che Dio è entrato nella nostra vita e nella nostra storia, non sarà la nostra una vita straordinaria per definizione? In realtà il tempo ordinario non è ordinario affatto, non è cioè questo il tempo della banalità e delle cose scontate,  nessun tempo lo è, il tempo non è mai banale, perché dopo che Dio si è fatto uomo tutto il tempo è vissuto con Dio e Dio è presente in tutte le cose.

Questo è piuttosto il tempo di rintracciare la sua presenza nelle piccole cose di ogni giorno, nella colazione del mattino con i propri cari, nella benedizione ai figli la sera, nell’addormentarsi abbracciati alla propria sposa, nella fatica del lavoro di ogni giorno, nelle mille piccole occasioni d’amore che ci si presentano quotidianamente.

È quindi un tempo in cui ripartire con nuovo slancio ed entusiasmo verso quell’avventura in cui siamo stati lanciati il giorno del nostro Battesimo, l’avventura di imitare Gesù, fino ad essere noi stessi, che pure siamo animali, trasformati in Cristo, resi Figli di Dio.

In Particolare questo anno è l’anno della Misericordia, l’anno del Giubileo che deve riaprire il nostro cuore al perdono e alla riconciliazione: lasciatevi riconciliare con Dio!

Il 31 Gennaio la nostra Parrocchia vivrà il primo grande appuntamento giubilare, insieme a tutte le Parrocchie del settore Sud, guidate dal Vescovo, mons. Lojudice. Per prepararci a questo appuntamento vivremo due momenti speciali:

  • Venerdì 22 Gennaio il santissimo Sacramento sarà esposto in Chiesa, nella cappella del Sacro cuore, dalle 16.00 alle 23.00 per offrire a tutti l’opportunità di trascorrere un tempo davanti a Dio. Scegliete voi quanto, dieci minuti, mezz’ora, tutto il pomeriggio… ognuno dia a Dio il tempo che sente di dargli, con serenità, ma siate generosi, perché solo contemplando il volto della misericordia possiamo imparare cosa è misericordia.
  • Venerdì 29 poi ci sarà una liturgia penitenziale alle 19.00 con una breve catechesi sul perdono e la riconciliazione e l’opportunità di confessarsi. Diversi sacerdoti saranno presenti in Chiesa per dare a tutti l’opportunità di confessarsi, dato che, come sapete, è necessario essersi confessati per attraversare la Porta Santa.
  • Domenica 31 infine l’appuntamento è alle 15.00 al parcheggio del santuario del Divino Amore. Insieme a tutte le parrocchie del settore sud attraverseremo la Porta Santa del santuario guidati dal vescovo e poi ci sarà la celebrazione della S. Messa. Organizziamo un servizio pullman per chi non puà raggiungere il santuario con i mezzi propri, informatevi nella segreteria parrocchiale.

Questo è solo il primo degli appuntamenti giubilari che vivremo come parrocchia, ce ne saranno diversi proprio per dare a tutti l’occasione di ricevere il perdono di Dio.

Intanto auguro a tutti un tempo (stra)ordinario in cui trovare Dio e la sua Misericordia in ogni cosa

 

don fabio

Nulla cambia, tutto cambia (La difficile consegna del Sinodo)

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Normalmente quando scrivo per “La Croce” ho con loro l’accordo di pubblicare gli articoli sul blog solo 48 ore dopo l’uscita del giornale, ma poiché in questo caso sono stati loro stessi a decidere di rendere pubblico il numero di oggi mi sento libero di pubblicare anche qui il mio commento alla Relatio Synodi uscito stamattina sul giornale

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Ma allora chi ha vinto? Ci hanno raccontato che nel Sinodo si stava consumando una battaglia che manco quella ai campi del Pelennor nel Signore degli Anelli tra le armate della luce e quelle dell’oscuro signore, salvo che ovviamente non si capiva bene chi era dalla parte di Minas Tirith e chi da quella di Mordor. Però alla fine di questa epica battaglia cosa è successo? Alla fine cosa è cambiato?

La verità come al solito è totalmente diversa da come ce la raccontano, e chi legge la Chiesa con gli occhi dei giornalisti si condanna a non capirne nulla. Voglio provare allora a leggere insieme con voi la Relatio Synodi facendo finta di non aver letto niente sui giornali, stando sul documento così come è, proprio per non farmi influenzare da questo clima assurdo.

Innanzitutto dico che il documento è bellissimo, esteticamente e spiritualmente bello, tanto da poterlo usare come testo di meditazione e questa è già di per sé una novità interessante: i vescovi hanno abbandonato il linguaggio formale della metafisica e del diritto canonico ed hanno scelto invece i toni spirituali del pastore, più che come maestri hanno parlato come padri. Non è una novità assoluta, ma in materia matrimoniale è molto interessante, e visto che scopo del sinodo non è mai stato riformare la dottrina, ma rivedere la pastorale, il linguaggio pastorale è decisamente il più pertinente.

La prima parola della Relatio è la più bella: “Il mistero della creazione della vita sulla terra ci riempie di incanto e stupore” (par. 4) e questa a mio parere è la traccia fondamentale per interpretare tutto il testo: la famiglia è innanzitutto un mistero da accostare pieni di meraviglia e le regole che la Chiesa detta sul matrimonio hanno proprio il fine di preservare questo incanto, convinti come siamo che se smarrisce il senso del mistero l’uomo perde la parte più importante di sé. Non sembri blasfemo in questo contesto citare le parole di un cantante che è stato però anche poeta (Lucio Dalla): “ecco il mistero: sotto un cielo di ferro e di gesso/ l’uomo riesce ad amare lo stesso, ed ama davvero”.

Ridurre questo stupore ed incanto, questo inno di gioia al Dio che chiama l’uomo a collaborare al mistero della vita, questo tributo alla resilienza dell’amore contro ogni avversità sociale, economica, culturale e politica alle questioni di bottega tra una presunta schiera di conservatori e una altrettanto presunta di progressisti è umiliante innanzitutto per l’intelligenza di chi lo fa e mostra una durezza di cuore impermeabile a qualsiasi appello.

Naturalmente sarebbe da “anime belle” non rendersi conto che tutta questa bellezza è minacciata e non sarebbe né onesto né giusto verso le famiglie che patiscono fatica e sofferenza in mille modi diversi non intervenire per custodire, indirizzare e accompagnare, nei limiti del possibile, la loro lotta per conservare la bellezza loro affidata. Consapevolmente e con coraggio i vescovi si sono quindi calati anche in questa fatica, senza restarne estranei. Molte situazioni sono analizzate nel dettaglio e non a tutte si dà una risposta, perché spesso le situazioni sono così complesse che solo un paziente discernimento, che non può che essere fatto “caso per caso”, può renderne ragione. È questo il caso ad esempio delle coppie conviventi, dove la scelta di convivere, anziché sposarsi, può essere dettata dalle circostanze più diverse (par. 71), o quella dell’accompagnamento al Battesimo di adulti che abbiano alle spalle situazioni precedenti di fallimento matrimoniale (par. 75).

Proprio questa scelta di “accompagnamento” è a mio parere la novità più interessante proposta dal Sinodo, la “affettuosa condivisione” (par. 77) diventa lo stile della Chiesa e l’impegno dei pastori, dai vescovi fino a tutti i preti impegnati nel servizio pastorale, è quello di imparare la difficile “arte dell’accompagnamento”, che ovviamente non significa “fate un po’ come volete”, ma farsi carico delle difficoltà concrete delle coppie, senza calare dall’alto risposte precostituite, ma piuttosto mostrando come raggiungere concretamente l’ideale evangelico attraverso piccoli passi possibili. Era la strada mostrata già da S. Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio con la famosa distinzione tra “legge della gradualità” e “gradualità della legge”, distinzione non a caso richiamata anche dai padri sinodali nel par. 86, proprio per dire che quel principio deve essere la guida dei pastori nella loro azione di accompagnamento.

Vorrei insistere ancora su questa nota dell’accompagnamento perché a mio parere è davvero la chiave attraverso cui interpretare il documento e ne rappresenta la maggiore novità. Forse un parallelismo può aiutare a capire: a partire dall’enciclica Humanae Vitae, fino alle celebri catechesi del Mercoledì di S. Giovanni Paolo II, in cui per cinque anni ha parlato del mistero del Matrimonio, l’approccio della Chiesa alla realtà matrimoniale e all’unione sessuale è progressivamente cambiato, spostandosi da un linguaggio giuridico/metafisico ad un linguaggio personalistico/pastorale, tanto che perfino la Humanae Vitae alla sua uscita incontrò resistenze da parte degli ambienti più tradizionalisti, questo cambiamento di approccio non negava la Tradizione, ma la illuminava sotto diversi aspetti, arricchendola sempre più di senso e bellezza. I cambiamenti non erano fattuali, ma si dava alla dottrina di sempre un senso nuovo, rendendola più comprensibile, più bella ed in ultima istanza più umana e praticabile.

Una cosa simile accade ora, con questo nuovo passo dell’accompagnamento, che è del resto una conseguenza logica di quelli precedenti: nulla cambia, ma tutto cambia. Non cambiano cioè le esigenze della Rivelazione, ma la Chiesa si incammina decisamente sulla strada del mondo, assumendone le contraddizioni e le fatiche, senza negarle, anzi cercando di coglierne l’aspetto di bellezza e tutto questo proprio nel tentativo di aiutare le famiglie a vivere la verità cristiana di sempre.

D’altra parte che qualcosa dovesse cambiare era sotto gli occhi di tutti, solo che i Vescovi sono ben consapevoli che ormai il problema non è più (per dirla con le parole di Hadjadj) se ammettere o no i divorziati risposati a sedere alla tavola eucaristica, ma aiutare le famiglie a sedersi alla stessa tavola quotidiana.

E veniamo così ai tre paragrafi più controversi del documento, quelli che hanno polarizzato tutta l’attenzione dei media, come se il vero problema dell’essere famiglia fosse la partecipazione o no all’eucaristia dei divorziati risposati.

È del tutto pretestuoso e scorretto leggere questi articoli come un “rompete le righe” che autorizzi ciascuno a fare ciò che vuole, ma è altrettanto pretestuoso far finta che il Sinodo non abbia detto nulla in materia. I padri sinodali sono ben consapevoli che il problema vero non è la partecipazione all’eucaristia, ma l’inserimento nella vita della Chiesa e da questo punto di vista bisogna riconoscere francamente che ancora molto resta da fare, se infatti fin dal 1981 il magistero ha detto una parola più che chiara su questo argomento e questa parola è una parola di sostanziale misericordia, tale per cui in nessun modo i divorziati risposati devono essere considerati o sentirsi scomunicati, bisogna però anche osservare che nella prassi pastorale concreta delle chiese troppe volte questa è rimasta lettera morta.

Come parroco mi capita spessissimo, perfino 35 anni dopo la Familiaris Consortio, di raccogliere il grido di dolore di tanti uomini e donne ingiustamente umiliati da sacerdoti ignoranti del diritto canonico e della misericordia: battesimi negati ai figli di seconde nozze, divieto di partecipare alle attività più varie delle comunità cristiane (financo il volontariato caritas o la partecipazione ad alcuni incontri di preghiera), mille piccole umiliazioni quotidiane dei generi più vari configurano una “scomunica di fatto” che non è mai stata nelle intenzioni della Chiesa ed è tuttavia reale in molte, troppe, situazioni concrete. A questo alludono i padri sinodali quando scrivono che “occorre discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo ed istituzionale possano essere superate” (par. 84). La questione della partecipazione all’Eucaristia è solo un aspetto, e neppure il più rilevante, di questa esclusione e se è probabile che non lo si possa superare perché a causa di situazioni contingenti (ad esempio può non essere opportuno né giusto abbandonare la nuova famiglia costituita in seconde nozze) si è costretti a rimanere in una situazione di comunione imperfetta, bisogna sempre ricordare che “comunione imperfetta” non vuol dire “nessuna comunione”.

Anche qui dunque, come in tutto il documento, la regola dell’accompagnamento prevale. È questo il vero cambiamento proposto: i pastori devono sforzarsi in tutti i modi di salvare le persone a loro affidate e quindi non mettersi nella posizione dei giudici, ma piuttosto in quella degli avvocati. Il diritto è chiaro, la norma cristallina, ma io di fronte non ho un caso di scuola, ma una persona concreta, con tutto il suo carico di dolore e di paura, una persona che non è mai un concentrato di male, nessuno lo è, che porta in sé una storia che, seppure intessuta di peccato, è però piena di frutti anche belli. Chi oserebbe dire in faccia ad un padre che i suoi figli nati dalle seconde nozze sono figli del peccato? Eppure ci sono stati parroci che hanno osato tanto! E allora, di fronte a questa persona concreta il dovere che mi indica il Sinodo è di farmi carico, come pastore, di questa contraddizione, sforzandomi in tutti i modi di riuscire a far quadrare le esigenze divergenti della verità e dell’amore.

Allora ho il dovere di ricordare tutte le circostanze attenuanti che scienza e coscienza mi offrono. E se non ne trovo nessuna da applicare al caso concreto, di scavare insieme al penitente nella sua coscienza, alla ricerca di un briciolo di verità e giustizia da far germogliare, da far crescere, da ripulire e far brillare e mettere in piena luce, nella logica dei piccoli passi possibili. E se proprio non riesco a trovare un motivo per assolverlo allora dovrò mettermi accanto a lui e aiutarlo in un lento e paziente lavoro di recupero, per restituirlo alla Verità e al Bene e trovare un modo per reintegrarlo nella Chiesa. E se non riesco a fare nemmeno questo allora dovrò buttarmi al suo posto ai piedi del Giudice, l’unico vero Giudice, ed implorare clemenza. Non è di una riforma del diritto che abbiamo bisogno, quello va benissimo così come è, ma di una riforma dei cuori. Giudici ne basta uno solo. Quello che ci serve sono avvocati, tanti, tutti schierati accanto all’Unico Avvocato.

Preti e poeti

Oggi è il giorno che la Chiesa dedica al sacerdozio. Il giorno in cui tutti i sacerdoti rinnovano a Dio le loro promesse. Il giorno in cui la Chiesa intera si ferma stupita a ringraziare Dio perché ci ha donato dei sacerdoti.

Stupita, sì, perché non era affatto scontato che Gesù si facesse sacerdote per noi. Lui è il prototipo, il modello unico, il primo e vero sacerdote, tutti noi non siamo che cloni, copie sbiadite.

Non era affatto scontato che ci fosse dato un mediatore, uno che stesse tra noi e Dio, facendo di se stesso un ponte per raggiungerlo, uno che si lasciasse interamente assorbire nella sua missione, tanto da essere chiamato più spesso per la sua funzione (il Cristo) che con il suo nome (Gesù).

Proprio come accade a noi preti, che il più delle volte siamo semplicemente “il don” o “il parroco” e anche quando qualcuno ci chiama per nome lo fa sempre aggiungendo la funzione (don Fabio, come dire Gesù Cristo, cioè nome e missione fusi in una cosa sola, inscindibili).

Sacerdote, cioè uomo del sacro, colui che dona il sacro. Colui che ricorda agli uomini che tutto è sacro e il sacro è tutto.

Ha ancora un senso questa vocazione, questa missione, in un mondo che diventa sempre più tecnico e pratico, in cui la vita è ridotta ad una equazione matematica e l’amore e il pensiero ad un gioco di ormoni? Ha senso parlare di sacro in un mondo in cui il mistero è scomparso, a volte perfino dalle nostre chiese e dalle nostre liturgie?

Sì, ha senso e per molte buone ragioni.

Innanzitutto perché il mistero non si può togliere dalla vita. Che ci piaccia o meno non c’è risposta tecnica soddisfacente ai due enigmi giganteschi della nostra origine e del nostro destino, al duplice problema posto dalla nostra nascita e dalla nostra morte e il mondo ha enormemente bisogno di qualcuno che gli ricordi che le domande inevase, quelle più profonde, sono anche le più vere e le uniche davvero essenziali.

Da dove veniamo? Dove andiamo? A che mi serve conoscere ogni bullone del treno, sapere perfettamente la sua velocità e conoscere tutti i meccanismi di potere che ne regolano la complessa gerarchia e funzionamento, a che mi serve essere il più potente e ricco dei passeggeri se non so dove va? E da dove viene?

Essere sacerdoti avrà sempre a che fare con il nascere e il morire, con l’origine e il fine della vita.

E forse è per questo che sono nascita e morte i due fronti su cui oggi la battaglia della desacralizzazione è più dura. Come se l’uomo volesse impadronirsene, demistificarle.

Ma il prezzo è troppo alto, il prezzo è privare la vita di ogni mistero e una vita senza mistero, senza sacro appunto, è una vita insopportabilmente noiosa, mortalmente noiosa.

E non solo, privata del mistero, ridotta a problema tecnico, la vita diventa spietata. Non c’è più posto per la gratuità e l’amore in una vita interamente tecnica, come non ce n’è nella vita di una macchina.

Il paradosso è che il Cristianesimo ha iniziato la sua storia desacralizzando il mondo, tanto che l’aggettivo ateo (ironia della storia) è stato coniato per identificare i cristiani che voltavano le spalle agli déi pagani, sottraendo il mondo in nome della ragione alle nebbie della magia.

Sì, il sacerdote è colui che ha il compito delicatissimo di stare in equilibrio tra il mago e il tecnocrate, di dire a tutti che il mondo ha una profonda ed intima razionalità, e dunque non è affidato ad un capriccio arbitrario, che questa razionalità può essere scrutata ed indagata ed al tempo stesso però che affonda le sue radici in un mistero che ci supera da ogni parte e può quindi solo essere ricevuta in dono, mai del tutto conquistata.

Non siamo immuni da questo rischio.

Per essere ponti efficaci dobbiamo avere un solido ancoraggio nel mondo, tenere un piede ben saldo su ciascuna delle due sponde che dobbiamo congiungere. Essere “Colui che dà il sacro” significa essere tanto vicino agli uomini quanto a Dio. Non in una impossibile equidistanza, ma se mi si permette il neologismo, in una sempre perfettibile equivicinanza.

Proprio per questo però anche noi corriamo il rischio di perdere il senso del Mistero, di trasformare perfino la vita sacerdotale in un problema tecnico, in una serie di procedure e protocolli, come se la preghiera fosse una merce da produrre e la liturgia uno spettacolo da recitare, e la Carità un insieme di cose da fare.

Per questo oggi alle mie tre promesse sacerdotali ne ho aggiunta una quarta, privata, intima. La promessa di conservare sempre l’animo di un poeta, perché è la poesia che ci riconduce sempre al Mistero, perché come ci ricordava un gigantesco GKC: “Non nego che ci debbano essere preti per ricordare agli uomini che un giorno dovranno morire. Dico solamente che in certe epoche strane, come in quella che viviamo, è necessario avere un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che ancora non sono morti.”