” Non sono dei nostri ” – La Chiesa tra incenso e gelosia

+  Dal vangelo secondo Marco

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue». 

Parola del Signore

Su Qumran2.net, tra i tanti splendidi commenti che ci mettono a disposizione ogni domenica, abbiamo trovato le parole di don Marco Pozza che vi proponiamo quest’oggi.

C’avevano provato ad imitare quel Rabbì-Maestro salito fortemente alla ribalta. Forse per quel presagio condiviso in tempi non sospetti – “voi farete cose più grandi di Me, voi sarete Me” – li aveva caricati oltre misura. C’han tentato qualche versetto prima ma non ci sono riusciti a liberare quel ragazzo. E adesso rosicano forte i Dodici: sono domeniche che inanellano inaspettate affermazioni d’amore con colossali sbandate di pensiero: Pietro ne sa qualcosa. Stavolta azzardano un po’ oltre, forse con un pizzico di gelosia per quella misteriosa energia che sembra appartenere anche ad altri, a quelli che “non sono dei nostri”. Glielo dice Giovanni, forse con quel pizzico d’ingenuità tipica di chi ha il cuore ancora fanciullesco: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri”. Storie di ambizioni più o meno dichiarate nel gruppo dei Dodici: gli amici di Lui sono loro e solo a loro dev’essere concessa la grazia di far rinascere la vita sopra le macerie. Stavolta, però, davanti a loro campeggia la figura di un Gesù spettacolare, che della gelosia non tiene traccia e che li ammaestra ad un’apertura d’orizzonti: “non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi”. Storia di un Uomo che nessuno volle ospitare nei giorni della nascita, del quale pochi osarono dichiarare l’amicizia sui sentieri vertiginosi del Golgota ma che nel pieno della sua fama terrena – in quei mille giorni che vanno dal Lago al Golgota – tutti desideravano tirare per la giacca in segno di gelosa appartenenza. Come a dire: “nessuno ce lo tocchi, è nostro”. Ebbe un bel da fare Lui, profondo conoscitore dell’animo umano, a spiegare loro che i confini vanno allargati, che gli steccati li hanno inventati quaggiù, che nelle praterie del cielo è cosa assai azzardata dividere gli uomini e le donne in buoni e cattivi, dei nostri o foresti, degni o indegni. Lui, nato tra i pastori, un giorno preferirà i pescatori: dei primi custodiscono le tracce i rotoli dell’Antico Testamento, dell’acqua dei secondi sono imbevute le pagine del Nuovo Testamento. Ma dei pastori l’Uomo di Galilea serbò felice ricordo: i migliori tra loro sono quelli che sconfinano ai bordi dei pascoli, che annusano l’erba fresca per gli armenti, che arrischiano la faccia per ingrossare il ventre delle loro pecore. Così sarà di Lui e del suo Spirito: nessuno potrà dire “è mio/è nostro” perché esso non sarà proprietà privata dei cristiani ma di tutti coloro che – pur distanti dall’aver conosciuto quel Volto – sapranno dare un bicchiere d’acqua in Suo nome.

“Dinanzi ad un mondo che non ammette più il Vangelo se non presentato da una chiesa irreprensibile, non ci si può più permettere alcunché di meccanico, di comodamente adagiato nel letto che i “secoli della fede” avevano preparato alla Chiesa”
“La verità e l’errore non sono separati da una zona intermedia che non apparterrebbe né all’uno né all’altro e che sarebbe prudente evitare. Al contrario, essi si toccano su tutta la linea: la verità va fino all’errore, a senso unico; arrestarla troppo presto, anche se lo si fa per allontanarsi maggiormente dall’errore, significherebbe cadere nell’errore, significherebbe chiamare falso ciò che è ancora vero” 
(Congar Y., Vera e falsa riforma nella Chiesa, Jaca Book 1994)

Quant’è bella la fisionomia della Chiesa immaginata e organizzata dal Nazareno, quella presenza ospitale in cui c’è posto per tutti: per chi nella figura di Cristo ha posto la sua fede e per chi di Lui ha solo sentito parlare, per chi ne è convinto e per chi avverte curiosità, per chi cerca una conferma alle sue risposte e per chi cerca una domanda che accenda i suoi passi. Un luogo che tutti spontaneamente chiamerebbero casa, quello spazio intimo e familiare in cui ci si sente sicuri anche al buio. Quant’è distante oggi la nostra Chiesa da quell’idea: tra le nostre navate c’è posto se sei di quella frangia, se ti ritrovi in quello stile, se appartieni all’Azione Cattolica o al mondo degli Scout. Se vai a messa la domenica, se partecipi alla castagnata in parrocchia o se sei di quelli che sono “amici del don”. E per tutti gli altri sembra non esserci posto, o meglio: c’è posto a parole ma se ciò richiede di rimettere in gioco uno stile, una pastorale datata, una programmazione già fissata allora li ascolteremo un’altra volta. Eppure le mani di loro tengono bicchieri d’acqua per gli assetati, tozzi di pane per gli affamati, parole d’amore per i disperati: “perché, Giovanni, vorresti proibire loro d’amare col loro alfabeto?”
La Chiesa – quella organizzata dagli uomini – non avrà niente da dire sulla morale fino a quando coloro che ci ascoltano non avranno goduto di un barlume del piacere di Dio nella nostra esistenza. Un barlume di piacere senza gelosia alcuna. Perché il Volto di quell’Uomo non conosce preferenza alcuna.
Almeno Lui. Adesso c’appare chiara quella Croce che si sta stagliando all’orizzonte: l’Amore irrita la storia.

Su Ali d’Aquila – Salmo 90 Signore mio rifugio

Tu che abiti al riparo del Signore
e che dimori alla Sua ombra,
di’ al Signore “Mio rifugio,
mia roccia in cui confido”.

RITORNELLO
E ti rialzerà, ti solleverà
su ali d’aquila, ti reggerà
sulla brezza dell’alba ti farà brillar
come il sole, così nelle Sue mani vivrai.

Dal laccio del cacciatore ti libererà
e dalla carestia che distrugge,
poi ti coprirà con le Sue ali
e rifugio troverai.

RIT.

Non devi temere i terrori della notte
né freccia che vola di giorno,
mille cadranno al tuo fianco
ma nulla ti colpirà.

RIT.

Perché‚ ai Suoi angeli ha dato un comando
di preservarti in tutte le tue vie,
ti porteranno sulle loro mani
contro la pietra non inciamperai.

RIT.

E ti rialzerò, ti solleverò
su ali d’aquila, ti reggerò
sulla brezza dell’alba ti farò brillar
come il sole, così nelle mie mani vivrai.

Questo articolo sezione del sito “Canti della Messa” che è dedicata ai canti che vengono effettivamente cantati in occasione delle messe celebrate all’interno del Santuario.

Per vedere tutti i canti pubblicati fino ad ora, clicca qui.

Vi invitiamo ad abbandonarvi al canto durante la Santa Messa perché l’abbandono nel canto è un primo passo verso l’abbandono in Dio e poi, come diceva Sant’Agostino, chi canta, prega due volte.

Foto della festa di San Benedetto del 2010

Si pubblicano le foto della processione tenutasi per la festa di San Benedetto nel 2010.


Foto di eventi
Durante gli eventi vengono scattate foto per permettere a coloro che non hanno potuto esserci di sentirsi un po’ più vicini.
Queste foto sono etichettate con la tag “fotografando eventi“.
Per vedere queste foto, basta che cliccate qui.

San Benedetto da Norcia

San Benedetto da Norcia (Norcia, 480 ca. – Cassino, 21 marzo 547 ca.) è stato un monaco e fondatore italiano dell’Ordine dei Benedettini.

La memoria di San Benedetto si festeggia l’11 luglio, il suo ritorno alla casa del Padre si festeggia il 21 marzo.

Papa Paolo VI lo ha proclamato patrono d’Europa il 24 ottobre 1964.
E’ il patrono di Subiaco (RM), Subiaco (Australia), Pomezia e Cassino.
E’ il patrono degli architetti degli ingegneri e degli speleologi.
Ed è il santo al quale, in Roma, sono dedicate sia la nostra parrocchia che la chiesa di San Benedetto in Piscinula.

Storia di San Benedetto

Nacque con la sorella Scolastica da un’agiata famiglia romana della gens Anicia. Il padre di Benedetto e Scolastica fu Eutropio, figlio di Giustiniano Probo Console e Capitano Generale dei Romani nella regione di Norcia. La madre fu Claudia Abondatia Reguardati, Contessa di Norcia.

A Norcia Benedetto trascorse gli anni dell’infanzia e della fanciullezza, sicuramente avvertendo la suggestione e l’intensa spiritualità di quei santi uomini che già dal III secolo erano giunti dall’Oriente lungo la valle del Nera e in quella del Campiano. Scampati dalle persecuzioni, essi avevano abbracciato una vita di ascesi e di preghiera in diretto contatto con la natura, vivendo in “corone” di celle scavate nella roccia, facenti capo ad una piccola chiesa comune.

A dodici anni Benedetto fu mandato con la sorella a Roma a compiere gli studi ma, come racconta san Gregorio Magno nel II Libro dei Dialoghi, sconvolto dalla vita dissoluta della città,
« ritrasse il piede che aveva appena posto sulla soglia del mondo per non precipitare anche lui totalmente nell’immane precipizio. Disprezzò quindi gli studi letterari, abbandonò la casa e i beni paterni e cercò l’abito della vita monastica perché desiderava di piacere soltanto a Dio. »

Si ritirò nella valle dell’Aniene presso Eufide (l’attuale Affile), e da lì a una grotta impervia vicino a Subiaco, fra gli antichi resti di una villa neroniana.

Ricevuti gli abiti monastici dal monaco Romano, accettò di farsi guida ad altri fratelli in un ritiro cenobitico presso Vicovaro, predicando la parola del Signore ed accogliendo discepoli sempre più numerosi, fino a creare una comunità di ben dodici monasteri, ognuno con dodici monaci ed un proprio abate, tutti sotto la sua guida spirituale.

Si allontanò da Subiaco per incomprensioni sorte con i confratelli e, intorno al 529, fondò sull’altura sopra Cassino il monastero di Montecassino, faro di fede e civiltà nei secoli a venire, edificato sopra i resti di templi pagani e con oratori in onore di san Giovanni Battista (da sempre ritenuto un modello di pratica ascetica) e di san Martino di Tours, che era stato iniziatore in Gallia della vita monastica.

A Montecassino Benedetto visse fino alla morte, ricevendo l’omaggio del popolo in pellegrinaggio e dei sovrani dell’epoca, fra i quali anche Totila re dei Goti, che il santo monaco severamente ammonì.

Qui Benedetto si spense intorno al 547 (secondo altre fonti la data sarebbe il 21 marzo 543), poco dopo sua sorella Scolastica, con la quale ebbe comune sepoltura; spirò in piedi sostenuto dai suoi discepoli, dopo aver ricevuto la Comunione e con le braccia sollevate in preghiera, mentre li benediceva e li incoraggiava.

La Regola

Nel monastero di Montecassino Benedetto compose la sua Regola, un documento ricco e profondo, specchio dell’uomo di pace e di moderazione che era destinato ad avere un ruolo fondamentale nella storia d’Europa. Prendendo spunto da regole precedenti, in particolare da quella di san Giovanni Cassiano e da quella di san Basilio, egli riuscì a combinare l’insistenza sulla buona disciplina con il rispetto per la personalità umana e le capacità individuali, nella sincera intenzione di fondare una scuola del servizio del Signore, in cui speriamo di non ordinare nulla di duro e di rigoroso.
La Regola, dotta e misteriosa sintesi del Vangelo, nella quale si organizza nei minimi particolari la vita dei monaci, diede nuova ed autorevole sistemazione alla complessa, ma spesso vaga ed imprecisa, precettistica monastica precedente.
I due cardini della vita comunitaria sono il concetto di stabilitas loci e la figura dell’abate, padre amoroso, mai chiamato superiore, e cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto ora et labora.
I monasteri che seguono la Regola di san Benedetto sono detti benedettini. Anche se ogni monastero è autonomo sotto l’autorità di un abate, si organizzano normalmente in confederazioni monastiche, delle quali le più importanti sono la congregazione cassinense e la congregazione sublacense, originatesi rispettivamente attorno all’autorità dei monasteri benedettini di Montecassino e di Subiaco.