La preghiera delle cinque dita

La preghiera del papa per insegnare a pregare

Papa Francesco quando era in Argentina scrisse una preghiera per insegnare a pregare.

Eccola:

Una preghiera per ogni dito della mano

1. Il pollice è il dito a te più vicino. Comincia quindi col pregare per coloro che ti sono più vicini. Sono le persone di cui ci ricordiamo più facilmente. Pregare per i nostri cari è “un dolce obbligo”.

2. Il dito successivo è l’indice. Prega per coloro che insegnano, educano e curano. Questa categoria comprende maestri, professori, medici e sacerdoti. Hanno bisogno di sostegno e saggezza per indicare agli altri la giusta direzione. Ricordali sempre nelle tue preghiere.

3. Il dito successivo è il più alto. Ci ricorda i nostri governanti. Prega per il presidente, i parlamentari, gli imprenditori e i dirigenti. Sono le persone che gestiscono il destino della nostra patria e guidano l’opinione pubblica… Hanno bisogno della guida di Dio.

4. Il quarto dito è l’anulare. Lascerà molti sorpresi, ma è questo il nostro dito più debole, come può confermare qualsiasi insegnante di pianoforte. È lì per ricordarci di pregare per i più deboli, per chi ha sfide da affrontare, per i malati. Hanno bisogno delle tue preghiere di giorno e di notte. Le preghiere per loro non saranno mai troppe. Ed è li per invitarci a pregare anche per le coppie sposate.

5. E per ultimo arriva il nostro dito mignolo, il più piccolo di tutti, come piccoli dobbiamo sentirci noi di fronte a Dio e al prossimo. Come dice la Bibbia, “gli ultimi saranno i primi”. Il dito mignolo ti ricorda di pregare per te e tutti gli altri, sarà allora che potrai capire meglio quali sono le tue necessità guardandole dalla giusta prospettiva.

(questo articolo ci è capitato per le mani grazie alla Rete Sicomoro, ringraziamo loro, i fratelli che lo hanno raccontato loro, i fratelli che lo hanno raccontato a coloro che l’hanno raccontato loro, così via fino a Papa Francesco.)

Il padre giusto

No, non è una variante della recente e fallimentare campagna elettorale del PD, ma un articolo che scrissi lo scorso anno nella festa di S. Giuseppe che vi presento con un vestito nuovo. Enjoy.

La sola cosa che il Vangelo ci dice su S. Giuseppe è che era un giusto. A causa di questa scarsità di informazioni la fantasia devota si è subito messa al lavoro, creando una figura in realtà piuttosto confusa, anche perché gli elementi che possiamo desumere dai vangeli apocrifi si contraddicono tra loro. Eppure in questa sintetica definizione, un giusto, c’è già tutto quello che ci serve di sapere.

O non è forse vero che la prima cosa che si chiede ad un padre è di essere giusto? Il padre, molto più della madre, rappresenta l’autorità. E l’autorità, se vuole veramente essere se stessa, cioè una forza che fa crescere (“autorità” viene dal latino augeo, far crescere appunto) deve innanzitutto esser giusta, non solo equa cioè e neppure soltanto retta, ma proprio giusta, dove la giustizia non è semplicemente trattare tutti allo stesso modo, quella è l’equità appunto, né il conformarsi ad un dovere, quella è la rettitudine, ma una qualità quasi metafisica, che fa appello ad una verità più alta dell’uomo e della legge che lo governa, che mira all’essenza del reale e lo sa cogliere e semplificare in modo da poter e-ducare, cioè condurre l’uomo fuori da se stesso e dal suo egoismo verso un bene oggettivo e superiore.

Per questo probabilmente il mondo non conosce più la giustizia, ma al massimo la sua brutta copia, che è la legalità, perché ha perso di vista questo bene oggettivo e superiore. Quanto mi dispiace, anche in bocca a tanti ecclesiastici, questa decadenza del linguaggio in cui non si osano più le parole vere e si sostituiscono con versioni meno impegnative perché meno assolute, così sempre più spesso si sentono preti raccomandare la solidarietà invece della carità o la legalità invece della giustizia…

C’è nel Vangelo di Matteo un bellissimo episodio che mostra come la giustizia di Giuseppe non fosse semplicemente legalità o cieca rettitudine.

Dunque, Maria, la sua promessa, si trova incinta. In base alla legge deve essere lapidata. Se Giuseppe fosse semplicemente retto dovrebbe esporla pubblicamente e così firmare la sua condanna. Ma Giuseppe ama teneramente Maria e non può rassegnarsi a vederla morire, nonostante sia convinto di essere stato tradito (l’angelo non gli ha ancora parlato nel sogno) non può accettare la sua morte.

Essendo retto, però, al tempo stesso non può nemmeno accettare di far da padre ad un figlio non suo e forse gli ripugna convivere con una donna da cui si sente tradito, ed ecco allora che la sua giustizia gli suggerisce la soluzione per soddisfare contemporaneamente le esigenze divergenti della legge e della giustizia: la ripudierà in segreto, in modo da non doverla accusare pubblicamente. Poco importa che così facendo si autocondanni al celibato, non potendosi più risposare, perché l’amore e la giustizia non calcolano il sacrificio, anzi lo prevedono esplicitamente e proprio in questo diventano vere.

Forse è per questo che la solidarietà ha soppiantato la carità e la legalità la giustizia, perché carità e giustizia si pagano di persona, non fanno riferimento ad un sistema oggettivo, ma coinvolgono me, mi sfidano nel mio intimo ed esigono un coinvolgimento personale, una disponibilità al sacrificio.

Giuseppe il giusto non fa alcun conto di sé, non c’è egoismo in lui, le esigenze della giustizia e dell’amore vengono prima del suo benessere e proprio per questo diventa il modello universale di ogni paternità. Con il suo sacrificio mi insegna la verità sulla giustizia e sull’amore e mi insegna così ad essere padre fino in fondo. Non c’è amore senza giustizia e non c’è né amore né giustizia senza sacrificio. Solo così un padre può essere autorevole e credibile, perché solo così fa crescere le persone che a lui si affidano. Come vorrei saper amare così.