Trinità aperta

Omelia per la solennità della SS. Trinità, anno A

 

Vangelo

Gv 3,16-18

In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

 

Omelia:

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Preti e poeti

Oggi è il giorno che la Chiesa dedica al sacerdozio. Il giorno in cui tutti i sacerdoti rinnovano a Dio le loro promesse. Il giorno in cui la Chiesa intera si ferma stupita a ringraziare Dio perché ci ha donato dei sacerdoti.

Stupita, sì, perché non era affatto scontato che Gesù si facesse sacerdote per noi. Lui è il prototipo, il modello unico, il primo e vero sacerdote, tutti noi non siamo che cloni, copie sbiadite.

Non era affatto scontato che ci fosse dato un mediatore, uno che stesse tra noi e Dio, facendo di se stesso un ponte per raggiungerlo, uno che si lasciasse interamente assorbire nella sua missione, tanto da essere chiamato più spesso per la sua funzione (il Cristo) che con il suo nome (Gesù).

Proprio come accade a noi preti, che il più delle volte siamo semplicemente “il don” o “il parroco” e anche quando qualcuno ci chiama per nome lo fa sempre aggiungendo la funzione (don Fabio, come dire Gesù Cristo, cioè nome e missione fusi in una cosa sola, inscindibili).

Sacerdote, cioè uomo del sacro, colui che dona il sacro. Colui che ricorda agli uomini che tutto è sacro e il sacro è tutto.

Ha ancora un senso questa vocazione, questa missione, in un mondo che diventa sempre più tecnico e pratico, in cui la vita è ridotta ad una equazione matematica e l’amore e il pensiero ad un gioco di ormoni? Ha senso parlare di sacro in un mondo in cui il mistero è scomparso, a volte perfino dalle nostre chiese e dalle nostre liturgie?

Sì, ha senso e per molte buone ragioni.

Innanzitutto perché il mistero non si può togliere dalla vita. Che ci piaccia o meno non c’è risposta tecnica soddisfacente ai due enigmi giganteschi della nostra origine e del nostro destino, al duplice problema posto dalla nostra nascita e dalla nostra morte e il mondo ha enormemente bisogno di qualcuno che gli ricordi che le domande inevase, quelle più profonde, sono anche le più vere e le uniche davvero essenziali.

Da dove veniamo? Dove andiamo? A che mi serve conoscere ogni bullone del treno, sapere perfettamente la sua velocità e conoscere tutti i meccanismi di potere che ne regolano la complessa gerarchia e funzionamento, a che mi serve essere il più potente e ricco dei passeggeri se non so dove va? E da dove viene?

Essere sacerdoti avrà sempre a che fare con il nascere e il morire, con l’origine e il fine della vita.

E forse è per questo che sono nascita e morte i due fronti su cui oggi la battaglia della desacralizzazione è più dura. Come se l’uomo volesse impadronirsene, demistificarle.

Ma il prezzo è troppo alto, il prezzo è privare la vita di ogni mistero e una vita senza mistero, senza sacro appunto, è una vita insopportabilmente noiosa, mortalmente noiosa.

E non solo, privata del mistero, ridotta a problema tecnico, la vita diventa spietata. Non c’è più posto per la gratuità e l’amore in una vita interamente tecnica, come non ce n’è nella vita di una macchina.

Il paradosso è che il Cristianesimo ha iniziato la sua storia desacralizzando il mondo, tanto che l’aggettivo ateo (ironia della storia) è stato coniato per identificare i cristiani che voltavano le spalle agli déi pagani, sottraendo il mondo in nome della ragione alle nebbie della magia.

Sì, il sacerdote è colui che ha il compito delicatissimo di stare in equilibrio tra il mago e il tecnocrate, di dire a tutti che il mondo ha una profonda ed intima razionalità, e dunque non è affidato ad un capriccio arbitrario, che questa razionalità può essere scrutata ed indagata ed al tempo stesso però che affonda le sue radici in un mistero che ci supera da ogni parte e può quindi solo essere ricevuta in dono, mai del tutto conquistata.

Non siamo immuni da questo rischio.

Per essere ponti efficaci dobbiamo avere un solido ancoraggio nel mondo, tenere un piede ben saldo su ciascuna delle due sponde che dobbiamo congiungere. Essere “Colui che dà il sacro” significa essere tanto vicino agli uomini quanto a Dio. Non in una impossibile equidistanza, ma se mi si permette il neologismo, in una sempre perfettibile equivicinanza.

Proprio per questo però anche noi corriamo il rischio di perdere il senso del Mistero, di trasformare perfino la vita sacerdotale in un problema tecnico, in una serie di procedure e protocolli, come se la preghiera fosse una merce da produrre e la liturgia uno spettacolo da recitare, e la Carità un insieme di cose da fare.

Per questo oggi alle mie tre promesse sacerdotali ne ho aggiunta una quarta, privata, intima. La promessa di conservare sempre l’animo di un poeta, perché è la poesia che ci riconduce sempre al Mistero, perché come ci ricordava un gigantesco GKC: “Non nego che ci debbano essere preti per ricordare agli uomini che un giorno dovranno morire. Dico solamente che in certe epoche strane, come in quella che viviamo, è necessario avere un altro genere di preti, chiamati poeti, per ricordare agli uomini che ancora non sono morti.”